Il buco – La recensione

La nostra recensione del terzo lungometraggio di Michelangelo Frammartino, vincitore del Premio Speciale della Giuria alla 78ma Mostra del Cinema di Venezia.

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Scendere giù nelle cavità della terra mentre tutti, in Italia e nel mondo (è il 1961) puntano a crescere, verticalmente, verso l’alto. Lasciare il Nord industrializzato per visitare un angolo di quel Sud da cui tanti, (non solo) allora, partivano. È un film di “contro-movimenti” Il buco di Michelangelo Frammartino. Che a Venezia ha sfidato altri quattro, competitivi e ben più manistream titoli italiani in concorso, oltre alla schiera di internazionali che hanno contato (anche) sul ritorno delle star hollywoodiane. Ottenendo il Gran Premio Speciale della Giuria presieduta da Bong Joon-ho.

Ma il terzo lungometraggio dell’acclamato regista de Il dono e Le quattro volte, che stavolta racconta alla sua maniera l’impresa degli speleologi che per primi esplorarono l’Abisso del Bifurto (700 metri di profondità), in quella Calabria terra “originaria” e costante poetica per Frammartino, ha vinto a prescindere da ogni competizione e riconoscimento. Nel suo essere, a propria volta, un “contro-movimento” rispetto all’idea e alla pratica di cinema dominante.

Il film di Frammartino ha sparigliato, (non solo) al Lido. Perché ci dice che un modo di fare cinema alternativo a ogni (pur legittima) convenzione drammaturgica o spettacolare odierna non solo è possibile, ma è in atto. Quello de Il buco è un cinema delle profondità, fisiche, estetiche e psichiche. Scavando in quanto abbiamo sotto (e dentro) di noi, per mostrarcelo come non meno enigmatico, sorprendente e significativo di quanto sta intorno e al di sopra.

Un poema epico, nel suo essere un trionfo del collettivo e dei suoi particolari (pieni di irriducibile dignità) sui particolarismi e gli individualismi. Nel suo (ri)edificare e celebrare i valori comunitari dell’incontro e della ricerca, più che dello sviluppo fine a se stesso o a una ricchezza che non arriva mai a tutti. Un poema dove l’uomo non è il vertice ma “solo” un elemento, tra i tanti, di una natura sottratta a gerarchizzazioni antropocentriche. E di un cinema che fa quasi totalmente a meno di parole e musiche, con la radicalità di una rivoluzione fatta di immagini e suoni che non sapevamo o ci eravamo scordati.

A Venezia abbiamo visto tanti bei film, e anche alcuni grandi film. Ma quello de Il buco è, appunto, il manifesto di una rivoluzione, in forma di preghiera laica sul nostro rapporto col pianeta, la Storia, l’esistenza. Una rivoluzione che forse non travolgerà il sistema, ma potrebbe cambiare, profondamente, chi vi assiste. Cosa chiedere di più al cinema?

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