ADDIO A LAURA ANTONELLI, L’ICONA SENSUALE E GENUINA CHE SUPERÒ CONFINI E GENERAZIONI

DI VALERIO GUSLANDI

laura-antonelliLa stella di Laura Antonelli era già caduta più di venti anni fa, nel 1991. In quell’anno fu arrestata dai carabinieri per spaccio di stupefacenti (accusa tramutata in detenzione per uso personale) ed ebbe il viso deturpato da un trattamento antirughe impostole per girare quello che è rimasto l’ultimo dei suoi oltre quaranta film, Malizia 2000 di Salvatore Samperi. Da allora si è sentito parlare di lei per il lungo calvario giudiziario in cerca di risarcimento dal malaugurato intervento estetico (in prima istanza fissato in diecimila ridicoli euro) e per il suo conseguente deperimento psicologico. Fu lei stessa a chiedere al mondo di dimenticarla, quel mondo che oggi, alla notizia della sua improvvisa scomparsa, si è precipitato a ricordarla con parole commosse.

Se la di vita di Laura Antonaz (questo il suo vero nome), nata 73 anni fa a Pola, si è chiusa in questo inizio d’estate, la vita di Laura Antonelli attrice continua, proiettando nel futuro la sua immagine sensuale e genuina allo stesso tempo. Sono poche le attrici entrate nell’immaginario collettivo del pubblico, da Sofia Loren ad Anita Ekberg, superando generazioni e confini geografici.

Laura Antonelli in Malizia
Laura Antonelli in Malizia

Laura, grazie al personaggio di Angela in Malizia (1973) di Samperi, ci riuscì molto presto, vincendo un Nastro d’argento e un Globo d’oro e diventando l’oggetto del desiderio di milioni di spettatori nel mondo. Anche se uno dei suoi primi lavori Venere in pelliccia (1969) di Massimo Dallamano (peraltro completamente stravolto nella originaria edizione italiana) si rifaceva a temi sadomaso, l’erotismo della Antonelli era più casto di quello che potevano annunciare i suoi film, corretto quasi sempre da una dose di freschezza e ironia che la distingueva dalle sue colleghe. Samperi l’aveva scelta per Malizia preferendola a Mariangela Melato, dopo averla vista accanto a Lando Buzzanca ne Il merlo maschio (1971) di Pasquale Festa Campanile. E l’aveva voluta subito dopo per Peccato veniale (1974). Così, in un fazzoletto di anni, l’attrice si trovò a ripetere con successo questo tipo di personaggi, spesso immersi in situazioni grottesche, vedi i casi di Sessomatto (1973) di Dino Risi, film a episodi in cui rivelò un’anima da gran commediante, il brillante Mio Dio come sono caduta in basso! (1974) di Luigi Comencini, per cui vinse un secondo Globo d’oro, o il grandguignolesco Gran bollito (1977) di Mauro Bolognini.

In L'innocente di Visconti
In L’innocente di Visconti

Allo stesso tempo si era fatta notare anche all’estero, grazie al dramma noir Trappola per un lupo (1972) di Claude Chabrol, accanto a Jean-Paul Belmondo, che fu per alcuni anni suo compagno, mentre Visconti con L’innocente (1976) e Ettore Scola con Passione d’amore (1981), per cui fu candidata al David, seppero mettere in rilievo le sue qualità drammatiche. A parte il record di nudo integrale di 7 minuti nel calligrafico Divina creatura (1975) di Giuseppe Patroni Griffi, l’attrice continuò a risplendere prima in una commedia in costume di Tonino Cervi tratta da Molière e interpretata da Alberto Sordi, Il malato immaginario (1979) (stesso cast riproposto nel 1990 per L’avaro), poi in diverse pellicole più commerciali come Viuuulentemente mia (1982) di Carlo Vanzina con Diego Abatantuono e Grandi magazzini (1986) di Castellano e Pipolo.

Dopo un altro film in costume di matrice sexy, La venexiana (1986) di Bolognini apparve anche in tv in due serie di buon successo: Gli indifferenti (1988) ancora di Bolognini, da Moravia e Disperatamente Giulia (1989) di Enrico Maria Salerno dal libro di Sveva Casati Modigliani.

Laura Antonelli in Disperatamente Giulia
Laura Antonelli in Disperatamente Giulia

Parlando di questa seconda serie, la Antonelli era sembrata particolarmente soddisfatta: «Ho imboccato la strada di una seconda carriera. Una carriera in cui ho accantonato le parti sexy per poter interpretare ruoli di donne più adatti a quella che sono adesso. Vorrei che la mia vita, e quindi la mia storia professionale, potessero seguire il tracciato di una parabola ascendente », aveva detto in un’intervista a “La Stampa”. La vita, di lì a poco, doveva riservarle ben altra e tormentata parabola. A renderle giustizia resta solo il cinema, che attraverso i suoi film continuerà a raccontarla bella, solare e desiderabile.

 

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