CIAK LEGENDS: STEVE MCQUEEN

DI VALERIO GUSLANDI

A 35 anni dalla morte è uscito in sala Steve McQueen: una vita spericolata, avvincente e commuovente documentario di Gabriel Clarke e John McKenna su una delle più grandi star della storia. Ecco quindi uno speciale tutto dedicato al divo diviso tra cinema e corse a folle velocità

Steve Mc QueenQuando intitolano con il tuo nome un album (dei Prefab Sprout), due canzoni (una di Sheryl Crow e l’altra del gruppo M83), l’auto da corsa di un cartoon (Cars) e un orologio (Rolex Explorer II r 1655) significa che sei entrato nel mito. A definire esattamente la sua esistenza è stato invece Vasco Rossi con la famosa Vita spericolata, in cui si desidera una vita piena di emozioni e rischi come fu quella del turbolento Steve McQueen. Più che James Dean, di un anno più giovane di lui, il vero ribelle del cinema americano del dopoguerra è stato proprio McQueen e anche la sua morte, avvenuta il 7 novembre 1980 in Messico a soli cinquant’anni (era nato nel 1930 a Beach Grove nell’Indiana) è legata a una delle sue passioni, le gare automobilistiche (ha collezionato oltre 100 modelli di moto e diverse auto tra cui 4 Porsche e due Ferrari): il tumore che lo stronca si è formato a causa dell’amianto di cui erano rivestite le tute da corsa.

 

I magnifici sette
I magnifici sette

È probabile che il suo carattere difficile derivi dalla mancanza della famiglia negli anni più delicati. Sino ai dodici anni viene cresciuto da uno zio, visto che il padre (guarda caso uno stuntman) abbandona la madre alla sua nascita. Quando torna a vivere con la mamma l’irrequietezza prende il sopravvento. Adolescente problematico impazza in una gang di strada californiana, col risultato di essere spedito in una scuola di correzione. Fa tre anni nei marines e una volta congedato, grazie a un prestito fornito agli ex soldati riesce a frequentare i corsi di recitazione dell’ Actors Studio diretto da Lee Strasberg. Il suo esordio ufficiale al cinema, dopo particine non accreditate, avviene nel 1956 con Lassù qualcuno mi ama, interpretato da Paul Newman, che con lui ha sempre condiviso l’amore per le auto. Il successo arriva dopo una manciata di film tra cui il cult horror Blob – Fluido mortale: a decretarlo è I magnifici sette (1960) di John Sturges con Yul Brynner, versione western hollywoodiana di I sette samurai di Kurosawa, un film che lancia anche James Coburn e Charles Bronson. La sua recitazione disincantata e al tempo stesso aggressiva e affascinante conquista il pubblico.

 

La grande fuga
La grande fuga

Con La grande fuga (1963), sempre di John Sturges, in cui ritrova Coburn e Bronson, ecco la consacrazione a divo. Il suo capitano Virgil Hilts e il tentativo di evasione dal campo di prigionia a bordo di una moto Triumph TR6 Trophy mascherata da Bmw, sono rimasti nella storia del cinema. Il salto finale sul filo spinato è una delle poche cose non girate dall’attore, che ha sempre rifiutato la controfigura. Per McQueen, che alterna al cinema gare motoristiche (e pensa spesso di dedicarsi solo a quelle) provarci è uno scherzo, ma al primo tentativo con caduta la produzione lo blocca. Gli va meglio in Bullitt (1968) quando nei panni del silenzioso tenente che dà nome al film sgomina un complotto mafioso grazie anche alla sua abilità di guida a bordo di una Ford Mustang GT in una famosa scena d’inseguimento (immagini poi utilizzate negli anni Novanta per la pubblicità della Ford Puma).

 

Le 24 ore di Le Mans
Le 24 ore di Le Mans

Tra corse in macchina, discussioni sui set e molte infedeltà che hanno accompagnato i suoi tre matrimoni – il primo con Neile Adams, da cui ha avuto i figli Terry e Chad, anche lui attore, il secondo con Ali Mac Graw, il terzo con la modella Barbara Minty pochi mesi prima della morte – Mc Queen appare in diverse pellicole in cui mette in scena personaggi che devono molto alla sua personalità: il capo motorista di Quelli dalla San Pablo (di Robert Wise, 1966); il criminale playboy di Il caso Thomas Crown (di Norman Jewison, 1968, anche qui una corsa senza controfigura a bordo di una Dune Buggy); il pilota Michel Delaney di Le 24 ore di Le Mans (di Lee H. Katzin, 1971), in cui guida una Gulf Porsche 917K : un film oggi da rivalutare su cui l’attore punta moltissimo e che gli costa moltissimo come impegno e relazioni con i colleghi; il rapinatore Doc Mc Coy del movimentatissimo The Getaway (di Sam Peckinpah, 1972); il galeotto Henri Carrière ingiustamente condannato ai lavori forzati in Guyana in Papillon (di Franklin J. Schaffner, 1973); il comandante dei vigili del fuoco nel kolossal L’inferno di cristallo (di John Guillermin, 1974) sino al cacciatore di taglie sul viale del tramonto di Tom Horn (di William Wiard, 1980), pellicola che si può considerare il suo testamento artistico.

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