ROMAFF10: “EL CLUB”, CALMA APPARENTE

Il regista cileno, Pablo Larraín, protagonista di una delle tre retrospettive organizzate durante la Festa del Cinema ha presentato il suo ultimo film, El Club, vincitore dell’Orso d’argento durante l’ultima edizione del Festival di Berlino.

El clubTra i tanti titoli validi e variegati che ci ha regalato questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma, dal film di apertura, Truth, al ricordo di David Foster Wallace con The End of The Tour, tre sono state le retrospettive che hanno permesso, ad addetti ai lavori e pubblico, di recuperare o vedere per la prima volta pellicole di ieri e di oggi, fondamentali nella videoteca mentale di ogni cinefilo che si rispetti. Da quella dedicata al grande Antonio Pietrangeli, finissimo narratore dell’Italia post Seconda Guerra Mondiale grazie a film come Adua e le compagne o Io la conoscevo bene, alla retrospettiva dedicata ai capolavori della Pixar grazie alla quale abbiamo volato tra le nuvole con Up! o scoperto che i mostri dei nostri incubi non fanno poi così paura con l’aiuto di Sully e Mike di Monsters & Co, fino a conoscere da vicino la storia di un’altra terra, il Cile, grazie a Pablo Larraín. Cinque in tutto le pellicole che il regista ha realizzato dal 2006 ad oggi, con le quali ha raccontato la storia del suo Paese attraverso quelle dei suoi personaggi: Fuga, Tony Manero, Post Mortem, No e El Club. Proprio quest’ultimo è il film che Larraín ha presentato in anteprima, prima dell’uscita in sala, durante la Festa del Cinema e con il quale ha vinto l’Orso d’argento, il gran premio della giuria dell’ultima edizione del Festival di Berlino. Un «Cinema politico “irresponsabile” » come lo autodefinisce lo stesso regista, perché «Non ha un obiettivo ideologico », aggiungendo: «un cinema politico portatore di messaggi era forse necessario negli anni ’60 e ’70, quando si voleva rifondare la società. Per me, oggi, è quello che dà un pugno nello stomaco. Un cinema sensoriale che lascia emozioni forti ».

el clubDopo aver concluso la sua trilogia sulla dittatura cilena (Tony Manero, Post Mortem, No), Pablo Larraín, è tornato dietro la macchina da presa per raccontare un storia, profondamente ancorata al territorio dal quale proviene ma anche contraddistinta da una traccia narrativa più universale e non circoscritta ai soli confini del suo Paese. «El club si è inserito nel processo di creazione di un altro film, più grande e impegnativo, Neruda, che ho girato quest’anno. L’ho scritto e girato molto rapidamente ». In una casa isolata, situata sulla costa cilena di La Boca, vivono, in un ritiro forzato e sotto il controllo di una suora, quattro sacerdoti sconsacrati per aver sommesso una serie di peccati, dalla pedofilia al traffico di minori, che hanno portato la Chiesa a decidere di nasconderli in una zona remota del Paese. L’arrivo di un quinto uomo ed il peso che porta sulle sue spalle scardina gli equilibri costituiti all’interno di quel piccolo nucleo fino ad esplodere con il suo suicidio e la relativa indagine aperta dalla Chiesa per cercare di capire cosa abbia scaturito quel gesto. «Non ho mai dato la sceneggiatura agli attori. Non conoscendo la storia, potevano recitare solo nel presente. È così che si creato quel il limbo in cui si trovano i personaggi ».

el-clubPersonaggi che si portano dietro lo spettro degli atti commessi e con i quali devono convivere ma che riaffiorano non appena una nuova presenza entra nelle loro vite, e non è un caso che la casa nella quale convivono si trovi in una zona del Cile caratterizzata, sotto il livello del mare, da una faglia pronta a risvegliarsi senza preavviso. Metafora di quella calma apparente nella quale i quattro scimmiottano un’apparente serenità. «Abbiamo cercato di creare una calligrafia visiva che permettesse all’immagine di essere in sintonia con l’atmosfera della storia. Con il direttore della fotografia, Sergio Armstrong, abbiamo creato una tessitura, una sorta di protesta contro l’egemonia dell’alta definizione. Una tessitura che fosse una trasfigurazione visiva del film ». El Club, come già accennato, è nato in una parentesi, una pausa lavorativa dal progetto del suo prossimo film, Neruda, «attualmente in fase di montaggio », trovando ispirazione in un’opera teatrale, Accesso, con protagonista Roberto Farías, nella quale «il personaggio principale raccontava, in un monologo, tutti gli abusi che aveva subito » e in una fotografia. «Una foto di una congregazione tedesca dove un sacerdote di Serena, in Cile, era stato “esiliato” con l’accusa di pedofilia, invece di essere portato in tribunale. Guardando quell’immagine, con tutto quel verde che circondava la casa, mi sono domandato cosa potesse succedere lì dentro ». Il film, attraverso la figura di un giovane sacerdote gesuita, mandato dalla Chiesa ad indagare cosa abbia spinto l’ultimo arrivato a La Boca al gesto definitivo con il quale si apre El Club «Rappresenta la battaglia tra la vecchia e la nuova Chiesa. Due mondi che condividono il medesimo terrore per la stampa, molto più di quello per l’Inferno ». Quello che si avverte guardando la pellicola del regista cileno è un senso di mistero che pervade l’interno lavoro, come se l’interesse primario di Larraín fosse quello di lasciare degli elementi in sospeso. «Avverto il bisogno di avere uno spettatore attivo. Certe volte il cinema non si fida dello spettatore e gli viene data una spiegazione, senza dargli la possibilità di farlo arrivare alla verità da solo. La mia soluzione è quella di dargli degli indizi e sulla base di quello che hanno dentro, della loro storia, utilizzarli per interpretare tutto ».

Manuela Santacatterina

 

 

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