Crudelia DeMon Crudelia De Mon
Farebbe paura persino a un leon
Al sol vederla muori d’apprension
Crudelia, Crudelia De Mon
Versi immortali, quanto La Divina Commedia o l’Amleto. Chi, nato negli ultimi 90 anni (comprendiamo i genitori, ovviamente) non conosce a memoria la canzone sulla più cattiva delle cattive dei classici animati Disney. La donna che sarebbe stata capace di scuoiare 99 piccoli dalmata per farsi una pelliccia. La domanda, a dire il vero, è sempre sorta.
Ma cosa le hanno fatto per diventare così cattiva?
Per avere la risposta, c’è un solo modo: una bella origin story che permetta di sfruttare in maniera inedita un personaggio di cui si detiene il copyright esclusivo, avendo acquisito fino alla consumazione dei secoli i diritti del romanzo di Dodie Smith in cui appare per la prima volta Cruella De Vil (o DeVil, a seconda delle scuole di pensiero)

Detto fatto, ecco che arriva Crudelia, ovvero come diventò… ecco, cosa diventò scopritelo da soli, anche perché come sempre non è la destinazione che conta, ma il viaggio. Questo insegnamento zen è la miglior sintesi per spiegare il processo creativo di Crudelia, frutto del lavoro di tre soggettisti e due sceneggiatori che hanno attinto da molte fonti, cucinandole bene e consegnando a Craig Gillespie una storia che era solo da mettere bene in scena. E il regista di I,Tonya di cattive ragazze se ne intende e sa come maneggiarle.
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Crudelia è il Bohemian Rhapsody della Disney
Stessa struttura a cui si applica, e con l’ambientazione londinese ci sta assai bene, un cucchiaio abbondante di Charles Dickens, due tazze de Il diavolo veste Prada, una manciata di Biancaneve e un’abbondante sfumatura alla vodka che trasforma un film altrimenti come tanti già visti in un’opera punk rock per brave ragazze che vogliono trasgredire con stile, ma anche con intelligenza.

Ambientato nella Londra della prima metà degli Anni Settanta, Crudelia si diverte a citare e reinterpretare uno dei periodi più creativi e selvaggi della cultura pop, trasformando la nostra eroina in una Vivienne Westwood dark, che ricorda tanto Siouxsie e le sue Banshees.
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Il tutto messo in un frullatore di generi, in cui spicca un heist movie camuffato, perché il vero bottino non sta dentro una cassaforte, ma nella testa delle due magnifiche protagoniste, Crudelia, o meglio Estella, e La Baronessa, interpretate sontuosamente da Emma Stone ed Emma Thompson, una gara di bravura che al cinema non fa mai male.

Pur nella sua ipertrofia, anche eccessiva (134 minuti che sarebbero potuti essere agevolmente meno, unica grande pecca del film che nel suo dilatarsi a tratti perde il ritmo slapstick dei momenti migliori), Crudelia è fatto di particolari.
Quelli più evidenti, che rimandano all’originale film animato, disseminati qua e là e che rendono la visione ancora più divertente agli appassionati immarcescibili dei classici Disney.
E poi quelli inaspettati, da cogliere senza svelarli, intuizioni di scrittura che danno la soddisfazione necessaria a perdonare i momenti meno riusciti, di cui quasi non ci si accorge, perché si gongola dell’essere stati così scaltri nello scovare gli indizi.
Non ha quasi paura di osare la Disney
Gonfia il film con una colonna sonora da manicomio, trentotto pezzi classici del miglior rock degli anni Sessanta e Settanta, lancia progressisti messaggi di inclusività e ambientalismo, sotto forma di fashion performance da tragedia greca.
Un feuilleton modernissimo, e come in ogni romanzo d’appendice, i protagonisti non sono niente senza dei comprimari di livello.
Gaspare e Orazio (sì, proprio loro) in giovane età non erano due ladri pasticcioni, ma geni della truffa e del furto con destrezza, interpretati magistralmente da Joel Fry e Paul Walter Hauser. Mark Strong mette il suo ineffabile stile inglese al servizio di sua Maestà Topolino. E poi John McCrea, che si trasforma in un simulacro di David Bowie e ci riesce anche piuttosto bene.

Crudelia è un film con alcuni difetti e molti inaspettati pregi
Senza i freni che la moderna società perbenista impone, sarebbe potuto essere la maledetta discesa all’inferno di una personalità segnata da una ferita mortale che la tiene in vita.
Invece è comunque un prodotto per famiglie e per quelle ragazze ancora convinte che se sei un po’ cattiva vai dappertutto. Anche in Paradiso.
Ma in un mondo così complicato come quello stiamo vivendo, forse la nostra Estella/Cruella è una delle poche riot girl che non sembri pagata dalla municipalità per fare folklore, e che ci ricorda che quella latente follia che abbiamo dentro, se non la tiriamo fuori, finirà per consumarci.