Amori, famiglie e confini della finzione: prosegue il Concorso dello Short

Viaggio nella seconda sestina di corti in gara alla manifestazione, presentata il 21 marzo all'Auditorium Santa Margherita e in replica il 22 (ore 20.30) alla Casa del Cinema.

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Riflette in modi e stili diversi sulla forza e le problematiche dei legami affettivi la seconda sestina di corti al Concorso Internazionale al 14° Ca’ Foscari Short Film Festival. Dove è tanto più evidente la vocazione di alcuni dei lavori a farsi già lungometraggio, per la quantità di spunti e il respiro ambizioso dei discorsi messi in campo, non sempre risolti dall’inizio alla fine ma comunque validi nel confermarci, ancora una volta, la varietà, vitalità e profondità del cinema più giovane nel mondo.

Sembra premessa e insieme sintesi poetica del tema riscontrabile in tutti e sei i titoli (tra famiglie in atto, in potenza o postume) la meditazione onirica sulla maternità che è Devotions di Jessica Goh (co-produzione Singapore/USA), dove il vincolo fra una donna e i suoi tre figli piccoli (di cui uno in grembo) passa allegoricamente attraverso una tempesta atmosferica e onirica.

Dimensione, quest’ultima, accentuata dai tratti essenziali e pastosi del disegno animato in bianco e nero (senza parole, come il precedente La notte) e immersa nell’isotopia dell’acqua, culla e insieme minaccia per una vita che comunque si preserva e rinnova nella continua metamorfosi.

L’elemento acquatico è persino più presente nella relazione lesbico-edipica tra la matura allenatrice e la (troppo?) promettente allieva del messicano Apnea (di Natalia Bermúdez), che nuota con un montaggio dal ritmo quasi musicale tra le vasche della piscina e le ambiguità di una liaison che tende a farsi gioco al massacro. Fra l’incontro-scontro di età della vita alla Carol e le implicazioni sadomasochiste di Whiplash.

Ma il rapporto meno convenzionale di tutti è forse quello cantato nell’anomala, docleamara rom-com che è il lituano Artumo jausmas (Closer, di Auguste Gerikaite): un puzzle di momenti nel tempo, nella realtà e nella mente incorniciato dagli interni di una caotica e afasica quotidianità, tra la chimera di un concepimento e quella di una felicità alternativa alla solitudine.

Lo Short, comunque, non dismette la tensione a interrogarsi, attraverso le opere dei concorrenti, sullo statuto e le forme della rappresentazione. La questione assume un ruolo chiave negli altri tre corti, a cominciare dalla delicata parabola metateatrale (e metafilmica) che è Romeo (di Tynystan Temirzhan), forse l’oggetto più prezioso e affascinante della sestina.

Il film, facendo ancora economia di dialoghi, traduce fra omaggio e sottile, tenera parodia la vicenda dei due tragici e classici amanti di William Shakespeare nella messa in scena e (soprattutto) nei dietro le quinte di una compagnia di ragazzi del Kyrgyzstan rurale. Dove gli elmi dei belligeranti sono giocosi secchi sulla testa, ma la verità (racchiusa poeticamente nel cerchio di luce proiettato da uno specchietto) di un Tebaldo innamorato con poca fortuna di Giulietta tracima oltre i confini del palco e della finzione. Invitandoci ancora una volta a mettere i discussione i confini e l’idea che abbiamo di quest’ultima.

Arrivando addirittura, nello spagnolo Off the Page (di Joan Oliver Nadal e Diego Gomez Tejedor), ai personaggi di una storia in fieri che si ribellano al suo autore, e alla lotta aperta fra creatore e creatura che tenta di uscire dal suo Truman Show. Ma, fra grandangoli, rampe di scale infinite e macchine da scrivere mosse da intenzioni post-umane (un’anticipazione neanche troppo metaforica dei prossimi dilemmi da intelligenza artificiale applicata alla narrativa?) la posta in gioco è nuovamente nel volto della persona a cui si tiene, e di cui è tanto più difficile accettare la perdita.

Proprio con un’elaborazione del lutto si chiude la seconda serie di corti in gara, nell’avveniristica psicoterapia del tedesco Fragmente von us (Fragments of Us, di Ido Gotlib). E si pone, anche qui, il nodo della (non) distinzione tra autenticità e artificialità, oltre che fra presente e un passato forse non più irreversibile. Grazie (anche) una tecnologia che, contrariamente alle aspettative, resta al di qua della distopia alla Black Mirror, trovandosi una volta tanto ad operare, seppur non senza rischi, ai fini di una ricomposizione dell’umano e non del suo dissolvimento.