Antonietta De Lillo giurata allo Short: «Voglio andare ancora più in controtendenza»

Abbiamo intervistato la regista e produttrice, che ha parlato della sua esperienza alla manifestazione veneziana (dove è stato anche riproiettato il mediometraggio Il signor Rotpeter), dei suoi nuovi progetti, della situazione del mondo e del cinema: "Dovremmo temere più l'intelligenza artificiale dentro di noi che quella fuori di noi".

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Continua a viaggiare, per dirla con De Andrè, in direzione ostinata e contraria Antonietta De Lillo, anzi: «Se prima andavo in controtendenza, ora ci voglio andare molto di più!», ha dichiarato a Ciak durante il 14° Ca’ Foscari Short Film Festival, dove la regista (e produttrice, con la sua Marechiarofilm) è stata giurata del Concorso Internazionale assieme alla collega Ghasideh Golmakani e alla docente Cynthia Felando, con le quali ha assegnato il Grand Prix per il miglior film al lituano Artumo jausmas (Closer) di Augustė Gerikaitė.

Quest’anno, tra l’altro, spegne venti candeline di uno dei lungometraggi più noti di De Lillo, il pluripremiato Il resto di niente, presentato nel 2004 alla Mostra del Cinema di Venezia: «Un anniversario importante», riconosce la regista, per cui il film è stato anche l’inizio di quella che definisce «la mia storia di isolamento e resistenza» nel sistema cinema italiano, che include il contenzioso col Ministero della Cultura che ha visto di recente una sentenza favorevole alla regista. Ma la vicenda «continua: purtroppo, perché io desidero dialogare con la controparte. Diciamo che vogliamo la pace, ma non riusciamo a dialogare tra un’autrice e il Ministero! Che poi sarei io stessa, in quanto pubblico».

Ma anche le vicende più spiacevoli, rimarca De Lillo, «mi hanno reso la persona che sono oggi». E di cui sono arrivo nuovi progetti, in particolare il suo «autoritratto» cinematografico L’occhio della gallina (atteso per quest’anno) e il nuovo film partecipato della sua factory, L’uomo e la bestia (previsto per il 2025), il terzo dopo Il pranzo di Natale (2011) e Oggi insieme, domani anche (2015).

Ci puoi anticipare qualcosa del tuo nuovo film, L’occhio della gallina?

Nulla, come immagini. Ma è un autoritratto che spero vi sorprenderà. Soprattutto per il tono. Ci ho messo tre anni, fare un autoritratto è un doppio salto mortale. Però mi ha supportato mia figlia, che si è occupata del montaggio. Ed è stata un complice molto importante. Anzitutto perché mi piace confrontarmi con le persone più giovani, e sono spietata, nel senso che li tratto “alla pari”. E poi perché con lei avevo un affetto sicuro che mi tutelava.

Va avanti anche il lavoro sul film partecipato L’uomo e la bestia

Sì, c’è stata una bella impennata e ne sono contenta, ci eravamo un po’ fermati perché nella mia carriera ho avuto tanti, troppi ostacoli e, tra i più evidenti, la mancanza di sostegno, anche per una realtà come questa che è formativa. Invece poi col PNRR il MiC, non la Direzione Cinema, ci ha dato un po’ di supporto visto che il progetto era di buona qualità, quindi siamo ripartiti. E devo dire che il tema è proprio lo specchio di noi, del rapporto con l’animale dentro e fuori di noi, con il pianeta. Abbiamo fatto dei workshop con giovani studenti, sono affiancata da  una squadra di “pochi ma che fanno molto”, come Antonio Pezzutto e Veronica Flora.

Che impressione hai avuto invece dei lavori che, come giurata allo Short, hai valutato?

Ho percepito molta qualità nella selezione, e mi auguro che questo evento possa servire ai ragazzi, perché si aprono molte finestre sul mondo. Quello che mi preoccupa è che in Italia, ma anche un po’ nel mondo, si sa fare cinema ma tutto tende ad assomigliarsi. È paradossale: non si fanno film brutti ma sono poco personali. Credo sia indice di un malessere molto più grave: secondo me dobbiamo avere paura più dell’intelligenza artificiale dentro di noi che di quella fuori di noi.

In effetti talvolta si nasce indipendenti per poi diventare sin troppo “mainstream”…

Ma in realtà per me su questo ci si sta confondendo: mainstream non significa che tu perdi la tua personalità. Pensiamo a Kubrick! Però la società oggi è fatta di uno contro l’altro, quindi se sei mainstream non sei d’autore, e via così. Ma l’omologazione riguarda anche gli autori, riguarda tutti, non c’entra il fatto di realizzare prodotti per una nicchia piuttosto che per una fascia più larga. Il problema è che oggi si parla di cultura come se fosse una fabbrica.

Non a caso, tu sei estimatrice di un cinema di genere come quello di Lucio Fulci, a cui hai dedicato anche un documentario.

Certo, perché io non mi sento un’autrice “impegnata”. Mi sento una persona che guarda il mondo e lo vuole raccontare. E prendo il buono da cose diverse, compreso il cinema di Fulci.

A proposito di osservare e narrare il mondo, tra i temi più frequentati dai corti in gara quest’anno allo Short c’è stato quello della guerra. Che idea ti sei fatta della situazione attuale, con i tragici conflitti in corso?

Un’idea drammatica. Al festival c’è stata anche Liliana Cavani, il suo ultimo film parla proprio di una prossima “fine del mondo”. E io non la sento così lontana, questa fine. Crediamo di stare in una zona franca, ma in realtà ci troviamo in una posizione estremamente delicata, dove siamo vittime e colpevoli. Detto sinceramente, io ho paura. E sento che ci mancano gli strumenti, perché è vero che molti parlano di guerra, ma ne parlano dove sta avvenendo, non parlano della “nostra” guerra.

In che senso?

Nel senso che oggi ci sono guerre di delega, che sono l’anticamera di guerre che speriamo non accadano mai, e si racconta di queste guerre, ma non dei deleganti. Così però si rappresenta la guerra senza una visione politica. E invece dovremmo riprendere a fare politica. Anche attraverso l’intrattenimento: per me, ad esempio, Barbie è politica. E la persona di spettacolo più politica che c’è in questo momento è Fiorello. Fa una politica gentile, precisa, puntuale e popolare.

I cineasti che oggi si schierano contro la guerra ne pagano a volte le conseguenze. Pensiamo a Jonathan Glazer, il regista de La zona d’interesse, che dopo le critiche all’occupazione e ai bombardamenti israeliani in Palestina ha ricevuto una lettera, firmata da mille professionisti di Hollywood, in cui si stigmatizzava il suo discorso.

Sì, un caso pazzesco, mille contro uno che ha detto parole per me più che condivisibili! Anche perché la forza del suo film sta nel rappresentare non solo quella pagina indicibile della Storia, ma anche la nostra contemporaneità.

Parliamo del tuo bel mediometraggio Il signor Rotpeter, ispirato a Una relazione per un’accademia di Kafka e riproiettato proprio allo Short.

Avevo visto la rappresentazione fatta da Marina Confalone all’interno di un’università. Non conoscevo il racconto, perché è molto poco noto. E mi sono totalmente identificata in Rotpeter, e nella ricerca di “una via d’uscita”. Secondo me il 99,9 % delle persone la cercano: è come se venissimo al mondo per cercare una via d’uscita. Quindi, nella mia totale libertà, ho preso il personaggio letterario, e gli ho fatto dire delle cose che mi stanno a cuore, delle cose che stanno nell’aria. L’aspetto incredibile è che tutto ciò che racconta sono notizie vere prese dai giornali, le ho scovate insieme a Marcello Garofalo.

Nel film Marina Confalone è straordinaria…

Sì, lei forse è l’unica che poteva interpretare quel ruolo. Il cinema può farti immaginare qualsiasi cosa, ma il difficile è che devi essere credibile.