BERLINO 2016: CON “AVE, CESARE!” DEI FRATELLI COEN SI RIDE SULLA HOLLYWOOD ANNI ’50

Il nuovo film dei fratelli Coen, che apre questa sera la Berlinale, ha diviso la stampa fra entusiasti e freddini. Ma la conferenza stampa con George Clooney e il cast si è trasformata in uno show comico

ave cesareLa 66esima Berlinale si apre all’insegna di Hollywood. Quella della Golden Age degli studios cinematografici capaci tra gli anni Trenta e Cinquanta di fabbricare icone alle quali il pubblico guardava per imparare a vestirsi e pettinarsi, parlare e fumare. Stelle capricciose e volubili che sullo schermo esibivano fascino e sorrisi, ma fuori da set erano garanzia di grane e problemi. Quelli che Eddie Mannix (Josh Brolin) è chiamato a risolvere in Ave, Cesare! dei fratelli Joel ed Ethan Coen, film di apertura del Festival, arricchito dalla presenza di una splendida e spiritosa Meryl Streep nei panni di presidente di giuria. Una giuria che conta tra gli altri anche la nostra Alba Rohrwacher e l’attore inglese Clive Owen.

Executive dei fittizi Capitol Studios (già presenti in Barton Fink), Mannix, modellato su un celebre produttore della MGM, deve fare i conti in una sola giornata, mentre considera l’offerta di un lavoro decisamente meno stressante, con l’inattesa e ancora nascosta gravidanza una musa dei musical acquatici (Scarlett Johansson, che sembra Ester Williams), con le crisi isteriche di un regista di film drammatici (Ralph Fiennes) a cui hanno affibbiato un attore cane che arriva dai western (Alden Ehrenreich), con un ballerino di tip tap con simpatie filosovietiche (plasmato su Gene Kelly), con due sorelle giornaliste a caccia di gossip, scoop e scandali (entrambe interpretate da Tilda Swinton che indossa i celebri cappellini della feroce anticomunista Hedda Hopper) e con la star Baird Whitlock (George Clooney, una sintesi di Richard Burton e Tony Curtis, Marlon Brando e Robert Taylor) che durante le riprese di un kolossal epico-biblico viene rapito da un gruppo di misteriosi individui che dichiarano di essere il futuro.

ave cesareAl Festival c’è chi ride per l’intelligenza dei Coen nel raccontare con affetto e ironia luci e ombre, fascino e follie della “Babilonia di cartapesta”, e c’è chi storce il naso per un simpatico, brillante gioco di rimandi e citazioni, ma nulla di più. E se le reazioni dopo la proiezione per la stampa sono state freddine come il cielo sopra Berlino, un’accoglienza decisamente più calorosa è stata riservata ai registi e al cast stellare del film in una conferenza stampa che si è presto trasformata in uno spettacolo comico. I Coen, si sa, non sono particolarmente loquaci e Clooney, è altrettanto noto, ha grandi doti da show man, e non rinuncia al proprio talento neppure davanti a una platea di giornalisti. “Ogni volta che i Coen mi mandano una sceneggiatura dove c’è un idiota – dice l’attore che con Ave, Cesare! chiude la cosiddetta Numskull Trilogy – ci tengono a precisare che hanno scritto il personaggio pensando proprio a me. Ma non avevo capito che questa volta sarei stato così idiota! Ma che problema avete, ragazzi? A proposito, i Coen non sono fratelli, ma cugini, vi hanno sempre raccontato una fesseria”.

George Clooney
George Clooney

Poi però si fa serio quando parla della possibilità di un Syriana 2: “Non ho ancora trovato la sceneggiatura giusta per una storia che varrebbe la pena raccontare. Storie sempre più necessarie perché soprattutto in America i media non parlano abbastanza di quello che accade nel mondo. Domani incontrerò Angela Merkel con la quale parlerò dei problemi che mi stanno a cuore”. Diventa così serio Clooney, da litigare persino con una giornalista messicana che lo accusa di non occuparsi con i suoi film dei temi che lo vedono politicamente impegnato. “In questi anni ho lavorato molto per i rifugiati – replica stizzito – ho viaggiato nei luoghi più pericolosi del pianeta per rendermi conto di persona della portata di certe tragedie e cercare di offrire il mio aiuto nella ricerca di soluzioni soluzioni. Lei invece cos’ha fatto?”.

Alessandra De Luca

 

 

 

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(foto di Pietro Coccia)

 

 

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