LA BUONCOSTUME TORNA AL WEB CON “KLONDIKE”

DI STEFANO LUSARDI

klondikeNella regione del Klondike, a fine Ottocento, ci fu la corsa all’oro. Il grande Jack London ne narrò l’illusione, la durezza e il gelo in popolari romanzi e indimenticabili racconti. Carlo e Fabrizio, due trentenni nell’Italia di oggi, non sono poi così diversi dagli eroi di London. Solo che il loro oro si chiama stabilità economica ed esistenziale, i fuochi che accendono sono fatti di progetti e di idee e sono cercatori, certo, ma di creatività. Ogni mattina si ritrovano, a casa dell’uno o dell’altro, più preferibilmente al bar, e iniziano a lavorare. Cercano un’idea per una pubblicità per legnami industriali, da consegnare entro le 18.00 e pagata 800 euro, oppure si interrogano se accettare o meno di lavorare a uno «spot/corto, glamour/istituzionale in partnership con grandi marchi »Â con la (possibile) presenza di Toni Servillo (solo in voce), che offre come unico compenso «una grande occasione di visibilità ». Ogni tanto hanno voglia di fuggire (un weekend in Liguria), ogni tanto si perdono, inventando storie di vendetta personale (la padrona di casa che in realtà è un’aliena, che succhia l’energia vitale dei giovani inquilini), però alla fine, nonostante la frustrazione, nonostante lo sfruttamento, non rinunciano alla corsa. «Domani? »Â Â«Alle 10 da me ».

klondikeKlondike è la nuova serie, vincitrice dell’ultimo Roma Web Fest, scritta e diretta da Carlo Bassetti, Simone Laudiero, Fabrizio Luisi e Pier Mauro Tamburini, collettivo d’autori/attori, con alle spalle opere egregie come Kubrick-Una storia porno e Il candidato con Filippo Timi, che si “nasconde” dietro l’ironico e poliziottesco nome di La Buoncostume, ma che, oltre alle idee, ci mette pure la faccia (Bassetti e Luisi sono anche i protagonisti), anche in senso metaforico. A prima vista Klondike può ricordare il vedo gente, faccio cose di morettina memoria (Ecce bombo, 1978) oppure la logorrea chic del migliore Woody Allen. Con differenze però sostanziali, di tempo e di umore. Perché il parlottio svagato e ininterrotto di Annie Hall/Diane Keaton era un sintomo di nevrosi sentimentale e intellettuale, mentre il continuo parlare di Carlo e Fabrizio cerca di colmare il vuoto pneumatico che li circonda, e se la Cristina di Ecce Bombo coltivava un’indolenza che anticipava gli anni pigri del Riflusso, il vedo gente, faccio cose dei due creativi è un percorso obbligato e senza scampo, una prassi di sopravvivenza costellata di trappole e disillusioni. Il senso della vita di Carlo e Fabrizio ha il suo specchio più evidente nella coraggiosa struttura narrativa di Klondike. Gli autori la definiscono «una serie a progetto, una serie a portfolio », in realtà è una serie magmatica generata dal caos, in cui la durata è variabile e frammentaria. Una struttura anarchica che è come la vita dei due protagonisti, senza un’evoluzione o una consequenzialità, senza un prima e un dopo, ma soltanto un qui ed ora che si ripete all’infinito come in un incubo, più o meno quel che accadeva a Bill Murray nel geniale Ricomincio da capo. Ondivaghi e smarriti (si perdono perfino a cercare il giusto inizio ad una e-mail), non particolarmente simpatici e scarsamente sensibili (solo la paura di un tradimento sentimentale genera un momento di vera emozione e poesia), spogliati di ogni creatività dalla necessità e di ogni etica dalla legge del mercato (emblematico l’episodio dello stagista), gli antieroi di Klondike finiscono per essere due personaggi beckettiani senza qualità. Corrono e corrono, cercando di mantenere un senso e una dignità. Ma non c’è oro all’orizzonte.

KLONDIKE (2015)

LA BUONCOSTUME, IRONIA “A PROGETTO”: INTERVISTA CON PIER MAURO TAMBURINI

la buoncostumeCon Carlo Bassetti (attore di teatro e cinema, doppiatore, autore di canzoni), Simone Laudiero (napoletano nato a Milano, anche scrittore, libro più recente: L’Accademia dei supereroi, Il Battello a Vapore) e Fabrizio Luisi (anche docente universitario), Pier Mauro Tamburini (nato a Pesaro, esperienza di giornalista per Il Post) ha fondato il collettivo di autori/attori La Buoncostume. I quattro hanno lavorato come sceneggiatori televisivi per Piloti (Rai 2, 2006 e 2008) e Camera Cafè (Italia 1, 2007, 2011). Come La Buoncostume hanno debuttato sul web nel 2009 con la serie Pong, raggiungendo il successo nel 2012 grazie a Kubrick-Una storia porno con la regia di Ludovico Bessegato, a cui ha fatto seguito Di come diventai fantasma e zombie (2012) e Il candidato, serie politico-satirica con Filippo Timi e diretta da Bessegato (2014), andata in onda su Rai3 all’interno di Ballarò. Con Klondike, di cui stanno continuando a realizzare nuovi episodi, hanno vinto il premio come migliore web serie al Roma Web Fest.

Di solito chi fa cinema non tende mai a negare la propria identità, anzi la sottolinea. Come mai, invece, voi avete scelto questo nome collettivo? E come siete arrivati a fondare La Buoncostume?

Ci siamo conosciuti nel 2007, scrivendo insieme copioni per Camera Café. Lavorare per due/tre anni in televisione ci ha dato una consapevolezza: intorno a noi c’erano persone di 40/50 anni, che in media erano lì da venti e ancora aspettavano una qualche stabilità o certezza. Era evidente che per noi non c’era possibilità di carriera. Così abbiamo deciso di provare con il web, che era una realtà ancora nuova e quasi incontaminata, e abbiamo realizzato Pong, la nostra prima serie completa. Avendo cominciato come sceneggiatori abbiamo sempre creduto molto nel lavoro di gruppo, per cui è stato naturale creare un collettivo. Ci serviva un marchio, qualcosa per essere identificati facilmente. La Buoncostume è nata per ironia. Come a dire: siamo qui per rimettere in ordine le cose. E anche un po’ per snobismo: l’inglese è sempre di gran moda, e noi invece ci chiamiamo come un reparto scomparso della polizia che difendeva la pubblica morale.

Motivazioni buone e condivisibili. Però come si fa a realizzare una serie a otto mani, regia compresa?

La scrittura è ovviamente la cosa più semplice. Si discute l’idea tutti insieme, si affida ad uno la prima stesura, la si analizza nuovamente in quattro e poi un nuovo responsabile scrive la nuova versione, finché non si arriva a quella definitiva. Per il resto ognuno di noi ha le sue peculiarità: Fabrizio e Carlo sono comunque due attori, ma Carlo si diverte più degli altri al computer e si dedica spesso anche al montaggio, mentre Simone ed io gestiamo la regia. Ma a turno siamo anche fonici od operatori, e ci occupiamo pure dei panini da portare sul set. La cosa buona è che non litighiamo mai, ma discutiamo continuamente, perché ognuno di noi ha gusti e riferimenti differenti. Alla fine ne esce un compromesso, che non è una rinuncia, ma una sintesi di quattro sensibilità.

Il CandidatoCon Kubick-Una storia porno avete avuto un notevole successo di critica e di pubblico sul web, mentre con Il candidato siete tornati in televisione con una nuova identità, più forte e riconoscibile. L’esperienza web è stata perciò positiva, oppure ci sono delle ombre?

Tanto Kubrick che Il candidato sono state certamente esperienze importanti, almeno dal punto di vista artistico. Kubrick ha superato il milione di visualizzazioni, ne hanno parlato blogger e riviste. Ogni volta che andava in onda, Il candidato faceva salire gli ascolti di Ballarò. E lavorare con Filippo Timi, un attore straordinario e generosissimo, è stato un piacere e un onore. Però, anche se le cose stanno gradualmente migliorando, non c’è ancora un vero canale di comunicazione fra il web, la televisione e il cinema. La nostra idea è quella di utilizzare il web come una vetrina. Ma, per usare una metafora, il produttore tipo guarda la vetrina incuriosito, magari pure con interesse, ma poi non capisce bene chi tu sia – un autore? un youtuber? un filmmaker indipendente? – e non fa un’offerta, una proposta. Ti faccio un esempio emblematico. Nel 2011 noi abbiamo autoprodotto un pilota per la tv, La deriva del panda. Un produttore l’ha visto, gli è pure piaciuto, ma alla fine ci ha chiesto di realizzare 10 episodi per 10 mila euro. Avvilente.

Klondike è più un momento di riflessione, uno spazio di creatività anarchica o una sottile vendetta?

Direi: liberatorio e terrorizzante. Terrorizzante per la paura dell’autoreferenzialità e anche perché sfugge alle regole del web, sa anche essere lenta, possiede perfino silenzi da 15 secondi. Liberatorio, perché, nonostante sia stata pienamente rispettata la sceneggiatura che abbiamo scritto, sul set non è mancata l’improvvisazione, in più non ha una vera struttura, la lunghezza di ogni episodio è variabile, volendo può continuare all’infinito. E certo è anche un momento di riflessione: sull’età fertile (la nostra età media è 33 anni), su quanto è difficile lavorare, sull’eterna questione, come nell’episodio della scatola, di avere o meno il giusto compenso. Lo sfruttamento, l’eterno precariato, il compenso promesso e non ricevuto o il puro volontariato da eterni stagisti in genere andrebbero rifiutati. Ma la risposta a questo problema, come abbiamo cercato di sottolineare anche nella serie, non è a senso unico. Puoi lavorare gratis se si tratta di un progetto in cui credi, a cui tieni veramente e che non potresti realizzare in altro modo. La nostra troupe, per esempio, composta da persone che ci conoscono da tempo e che condividono il nostro percorso artistico, non ha avuto problemi a lavorare gratuitamente a Klondike. È un rischio condiviso. E, va da sé, se riuscissimo a vendere e quindi produrre Klondike la troupe dovrà essere quella con cui abbiamo lavorato finora, è una condizione necessaria.

E ora?

Speriamo nei frutti del Roma Web Fest. La giuria che ci ha premiati, da Freccero a Palomar, era tutta composta da persone che lavorano nel mondo del cinema e della televisione. E poi speriamo che Il candidato abbia una nuova stagione.

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