“Ryuzo and the seven henchmen”: l’agrodolce autoparodia di Takeshi Kitano

Sono tanti anni che un film di Takeshi Kitano non viene distribuito in Italia al cinema. Sarebbe bello se questo dovesse succedere con Ryuzo and the Seven Henchmen, film d’apertura della 26. edizione del Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina. Reduce dai successi in patria degli ultimi due Outrage – che proponevano una versione “biginizzata” e commerciale della poetica del regista giapponese – Takeshi sembra ormai essersi disinteressato di puntare a un cinema autoriale e intellettuale, filosofico e festivaliero. Da questo punto di vista, il suo testamento resterà l’incantevole Dolls (2002), uno dei titoli più amati dal suo fedelissimo pubblico. Zatoichi (2003) è stato il punto di partenza di un percorso più rilassante ma anche molto autoreferenziale, che ha portato Kitano a concludere la trilogia sulla Morte dell’Artista (Takeshi’s, Glory to the filmmaker, Achille e la tartaruga) riflettendo sul proprio processo creativo, sulla propria crisi d’ispirazione e sul ruolo dell’arte nella società contemporanea. Ryuzo and the Seven Henchmen sembra riallacciarsi, in parte, a questo filone: non si tratta altro che di un’autoparodia che richiama lo “Yakuza film”, ovverosia il genere dedicato all’organizzazione criminale giapponese. Il genere di cui Takeshi Kitano è il maestro indiscusso: non si può evitare di menzionare, a tal proposito, titoli straordinari come Violent Cop (1989), Boiling Point (1990), Sonatine (1993), che hanno definito lo stile violento, spiazzante e antispettacolare dell’autore.

Ryuzo and the Seven Henchmen

L’ironia non è mai mancata nel cinema di Kitano: ciononostante, Ryuzo and the Seven Henchmen è tanto un film di Yakuza quanto un film indubbiamente comico. Ryuzo è un ex criminale ormai da tempo fuori dal giro, considerato un peso dallo stesso figlio che lo considera un goffo e innocuo nostalgico. Dopo essere stato vittima di un tentativo di truffa, l’anziano decide così di rimettere insieme la banda di “compari” (gli henchmen del titolo) di un tempo, per restituire alla criminalità quelle regole d’onore che le nuove generazioni di giovani criminali sembrano aver completamente dimenticato. La trama è quella di un tipico gangster movie: due bande che si provocano e si scontrano, da una parte i vecchi e dall’altra i giovani. Il tono però non è certamente quello romantico e nichilista di un capolavoro come Sonatine, bensì quello felicemente demenziale di un divertissement per il grande pubblico. Le situazioni a cui si trovano di fronte Ryuzo e i suoi uomini sono sempre più assurde e rocambolesche, e sanno scatenare la risata più liberatoria e fragorosa: non dimentichiamo che Kitano è noto in Giappone proprio per la sua fama di comico televisivo, oltreché per essere il creatore del celebre programma Takeshi’s Castle. L’opera sembra quindi indirizzata soprattutto al pubblico di casa, ma rivela un’universalità di linguaggio in grado di divertire a prescindere dai confini continentali.

L’estate di Kikujiro

Detto questo, è doveroso riconoscere a Takeshi la splendente onestà intellettuale dell’operazione ma non si può ignorare una certa nostalgia nei confronti di quella poesia dolente e immensa che il cineasta ha donato a capolavori come Hana-Bi (Leone d’oro, 1997) e L’estate di Kikujiro (1999). Dopotutto, quei film erano costellati di una malinconia irripetibile ed eterna, e di una vena artistica talmente ispirata e personale che – semplicemente – l’essere umano non è in grado di replicare con la stessa sincerità e trasparenza. Forse per questo Kitano ha scelto di destrutturare il suo cinema, attraverso l’autoanalisi e la semplicità di prodotti commerciali come Outrage e Ryuzo: oggi Takeshi è uno yakuza che non vuole andare in pensione, consapevole però che nulla è inesorabile come lo scorrere del tempo.

Nessun Articolo da visualizzare