Steven Spielberg, da The Post al riscatto delle donne: «Questo è un momento rivoluzionario». L’intervista

Dal rapporto tra Hollywood e le donne al potere di Netflix, dalle fake news al ruolo della stampa al tempo dei Like: Steven Spielberg si racconta. E torna con due nuovi film, il docudrama The Post e il distopico Ready Player On

L’andamento da Paul Newman, una sciarpa che gli copre metà viso e un paio di occhiali a specchio. Steven Spielberg ha l’aria di un uomo di tutte le epoche: è il regista di oggetti magici come Duel, Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, l’erede dell’incontro produttivo con Kubrick – A.I., dove “nessuno sa cosa significa veramente reale” – l’intellettuale pubblico degli Usa che fabbrica marchingegni storici e catartici, da Schindler’s List a The Terminal, da Munich a Il ponte delle spie.

A settant’anni, tre Oscar, un adattamento del gamer novel di Ernest Cline (Ready Player One) in uscita a marzo, Spielberg e il suo spirito molto extra/poco terrestre sono ancora anti-Hollywood? Le risposte, nell’intervista rilasciata a Ciak a New York: “Non ho mai predetto l’implosione dell’industria hollywoodiana. Penso solo che i film sui supereroi non abbiano la stessa longevità dei western anni Sessanta e che, messi in scatole o serie da tre-quattro a estate, finiscano per mangiarsi le piccole opere alla ricerca di ormeggio”. È con lo stesso senso di intervento sulla democrazia americana (Amistad) e sui principi fondativi (Lincoln) che Spielberg guarda ai Pentagon Papers attraverso la lente di The Post, dal 1° febbraio con 01 Distribution. Un docudrama che racconta lo scandalo delle carte top secret sul ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nella Guerra in Vietnam.

Ha incontrato Daniel Ellsberg, la gola profonda che il 13 giugno 1971 diede quei documenti esplosivi al New York Times?

L’ho incontrato assieme agli sceneggiatori Liz Hannah e Josh Singer. Abbiamo parlato della sua vita e degli anni in cui era funzionario federale per la RAND Corporation, dove trafugò le carte dagli archivi della Difesa, passandoli al corrispondente Neil Sheehan. Quando scoperchiò le bugie di Stato sulla guerra, era un pupillo del segretario di Stato Henry Kissinger e lavorava per un think tank coinvolto in uno studio commissionato da Robert McNamara. Lo studio, intitolato Relazioni Stati Uniti-Vietnam dal 1945 al 1967, conteneva documenti di intelligence che ricostruivano l’intervento militare americano, una versione ben diversa da quella condivisa da Casa Bianca e Pentagono con la stampa.

Dal Russiagate al dibattito ‘traditore o eroe’ sui documenti sottratti da Edward Snowden. The Post nasce da un’urgenza.

La domanda è: quando non c’è un’urgenza? E soprattutto: quando il giornalismo non si è rivelato necessario alla Storia? Dall’invenzione dei Gutenberg dei primi newsbook, i reporter sono sacrosanti. Sono il check-in del bilanciamento, la pietra fondante della verità. Ricordiamo cosa accadde quando Lincoln sospese in tutti gli Stati dell’Unione l’atto di habeas corpus o quando il Watergate portò alle dimissioni di Nixon. Nel ’71 c’erano tre network televisivi e i grandi quotidiani non arrivavano dappertutto; oggi ricevo a casa il Washington Post e il New York Times; il Wall Street Journal in ufficio con il Los Angeles Times; sul mio smatphone ho notifiche da Axios, Drudge Report, Huffington Post. Sospetto dei Like, sono come cani che si mordon la coda. La tua vita non è determinata da quello che la gente pensa di te ma dall’uso che fai del tuo tempo.

Quando ha scelto di girare The Post Trump era presidente e i media, secondo lui, già colpevoli di ‘fake news’.

Mai come ora la stampa è sul crinale. Ma non ho diretto il film solo per difendere i pilastri del giornalismo, l’ho fatto per raccontare una storia femminista: Meryl Streep interpreta Katharine Graham, la prima donna alla guida del Washington Post in una società patriarcale, Ben Bradlee (Hanks) è il direttore del suo giornale. Katharine era invisibile; gli stessi analisti di Wall Street – tutti uomini – che adoravano suo marito, l’editore Phil Graham, e il padre Eugene Meyer, la trascuravano perché di sesso opposto. Lo scandalo Weinstein dimostra quanto sia radicato il tentativo degli uomini di potere di spegnere la voce delle donne. È un momento rivoluzionario: sento una liberazione che trenta o quarant’anni fa sarebbe stata impensabile. Ci sono parecchie somiglianze tra il 1971 e il 2017: basta invertire l’1 e il 7. Formano lo stesso anno.

Streep e Hanks recitano per la prima volta insieme. Che indicazioni ha dato a due mostri sacri come loro?

Le stesse che darei ad attori di cui nessuno ha mai sentito parlare. Non discrimino. Parlo a tutti nello stesso modo. A Meryl e Tom è più facile chiedere un’interpretazione autentica, perché sono persone autentiche di natura. Li chiamo truth tellers, cantastorie della verità.

Si considera un intellettuale per le masse?

E cosa vorrebbe dire? Che sono brillante quando sono seduto sulla tavoletta del water? (ride, ndr.) Mi reputo un patriottico. A questo punto della carriera, mi interessa scoprire cos’è accaduto nella Storia. Vivo meno nella mia immaginazione, ma continuerò a fare i Jurassic Park e gli Indiana Jones. 

Che cosa pensa di realtà come come Netflix e Amazon? Abbiamo letto posizioni ostili.

Come potrei essere contrario a Netflix e Amazon? Sarei un pazzo. Sto facendo affari proprio con loro, e con Hulu ed altre piattaforme di streaming online e contenuti on-demand. Assolutamente a favore. Danno opportunità ai filmmaker di scrivere cose mai viste prima in tv, come The Crown e The Handmaid’s Tale. Sono invece contrario al fatto che film nati per la televisione siano proiettati nelle sale giusto per la settimana necessaria alla qualificazione ai premi cinematografici: non lo trovo corretto. D’altro canto, credo che i film dovrebbero avere una vita di almeno un mese al cinema, prima di andare su Netflix o altre piattaforme.

Filippo Brunamonti

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