Ciao Proietti

Con la morte di Gigi Proietti nel giorno del suo ottantesimo compleanno ora tocca al Cavaliere Nero avere paura: perché l’aldilà non sarà più lo stesso con il suo arrivo, che va a rinforzare la schiera di quei geni che, con la loro arte e una colossale risata, hanno saputo tenere lontana da tutti noi l’idea stessa della fine delle nostre esistenze.

Proietti, prima di congedarsi dal pubblico è stato un artista completo: ha declinato indifferentemente le sue capacità di attore al cinema, al teatro e in televisione, è stato comico, cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, cantante, direttore artistico e insegnante. Non aveva ancora compiuto quindici anni quando appare nel 1955 come comparsa in Il nostro campione di Vittorio Duse, ma quali sarebbero state le sue scelte artistiche era ancora un mistero anche per lui.

Appassionato di musica e polistrumentista, Proietti suona chitarra, pianoforte, fisarmonica e contrabbasso. Dopo il liceo classico si iscrive a Giurisprudenza (abbandonerà a sei esami dalla laurea) e comincia a esibirsi come cantante prima nelle feste studentesche, poi nei bar, fino ad arrivare nei night-club della capitale. Un periodo della vita che aveva ricordato con la consueta ironia dicendo: «Per mantenermi agli studi cantavo nei night club. Cominciavo alle 10 di sera e finivo alle 4 del mattino, uscivo fuori con un collo gonfio… Non c’era misura di camicia che tenesse: ce voleva un copertone». Al teatro ci arriva per caso, iscrivendosi al Centro Teatro Ateneo, dove i suoi insegnanti sono Arnoldo Foà, Giulietta Masina e Giancarlo Sbragia.

«La mattina frequentavo le lezioni, il pomeriggio provavo all’Ateneo, la sera cantavo nei locali notturni. Gli esami non finivano mai», inevitabile per lui lasciare l’Università quando inizia a frequentare il corso di mimica del Centro Universitario Teatrale di Giancarlo Cobelli che, nel 1963, lo scrittura per lo spettacolo da lui diretto Can Can degli italiani (1963), firmato da Ercole Patti e Luigi Malerba, dove mette in musica l’aforisma di Ennio Flaiano Oh come è bello sentirsi….

Il teatro è una costante dell’intera vita di questo straordinario mattatore che interpreta numerosi spettacoli fino a quando, con A me gli occhi, please, nel 1976, rivoluziona il modo di intendere il teatro in un one man show cui seguono numerosissime repliche e nuove versioni nel 1993, nel 1996 e nel 2000, con una performance allo Stadio Olimpico di Roma, dopo aver calcato i palcoscenici dei più importanti teatri italiani.

Nello spettacolo, scritto con Roberto Lerici, Proietti recita privo di guida registica, scatenandosi in un tour de force dove alterna monologhi, canzoni, imitazioni e balletti che gli procurano l’ammirazione di Eduardo De Filippo e Federico Fellini (che aveva pensato a lui per Il Casanova prima di assegnare la parte a Donald Sutherland, ma far doppiare a Proietti il protagonista).

Anche nel doppiaggio Proietti porta una capacità rara, basti ricordare quando nel 1974, per riprodurre la voce catarrosa e impastata di fumo di Dustin Hoffmann in Lenny di Bob Fosse, sceglie di prendere una stanza d’albergo di fronte allo studio di doppiaggio, in modo da poter incidere ogni giorno gli anelli appena sveglio, prima di aver aperto bocca con chiunque. Lui però parlava di questo aspetto del suo lavoro con la consueta noncuranza:

«Il doppiaggio non sostituisce l’interpretazione, quella la fa chi ci mette la faccia», diceva infatti, «poi certo ci sono stati doppiaggi di cui sono stato particolarmente fiero, su tutti quello di Dustin Hoffman in Lenny di Bob Fosse, ma anche il doppiaggio di Robin Williams come Genio della Lampada nel cartoon Aladdin mi ha divertito molto, anche se era molto faticoso. Ricordo anche lo Stallone di Rocky. Ma di cinema ne ho fatto poco, più che altro ho fatto qualche film».

Per il pubblico italiano Proietti al cinema è soprattutto Bruno Fioretti detto Mandrake, protagonista nel 1976 di Febbre da cavallo di Steno, quel ruolo del giocatore compulsivo e perdente alle corse di cavalli lo consacra e lo ingabbia al tempo stesso, facendo dimenticare altre sue performance memorabili. Negli anni 1970 recita infatti come protagonista assoluto in Gli ordini sono ordini (1970) di Franco Giraldi, Meo Patacca (1972) di Marcello Ciorciolini, Conviene far bene l’amore (1975) di Pasquale Festa Campanile, Languidi baci… perfide carezze (1976) di Alfredo Angeli, oltre a recitare in La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri, L’eredità Ferramonti (1976) di Mauro Bolognini in duetto con Anthony Quinn e soprattutto in Casotto (1977) di Sergio Citti, insieme a Ugo Tognazzi e una giovanissima Jodie Foster.

Gigi Proietti in “Febbre da Cavallo”

Attore duttile, Proietti passa con disinvoltura dalla commedia, al ruolo impegnato, dal dramma erotico al film grottesco ed è Alberto Lattuada che gli offre un ruolo pienamente compiuto sul versante drammatico in Le farò da padre (1974). Una parte della carriera di Proietti lo vede anche recitare all’estero: in America per Sidney Lumet (La virtù sdraiata, 1969), Robert Altman (memorabile in duetto con Vittorio Gassmann nel 1978, in Un Matrimonio) e, nello stesso anno, per Ted Kotcheff (Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d’Europa), in Francia per Bertrand Tavernier nel 1994 (Eloise, la figlia di D’Artagnan).

È Garrone a donargli la più recente e memorabile apparizione cinematografica lo scorso anno in Pinocchio, dove incarna uno splendido Mangiafuoco, mentre vedremo purtroppo postuma la sua ultima fatica, quel Io sono Babbo Natale di Edoardo Falcone (la cui uscita era prevista per il 3 dicembre, ora chissà) dove duetta con il ladro Marco Giallini incarnando il serafico Nicola, cioè il vero Babbo Natale, in una fiaba che si annuncia come la rivisitazione del XXI secolo delle atmosfere care a Frank Capra e che ora vedremo con le lacrime agli occhi.

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