IL FIGLIO DI SAUL

Saul fia, Ungheria, 2015 Regia László Nemes Interpreti Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn Distribuzione Teodora Durata 1h e 47′

In sala dal 

21 gennaio

colpo di fulmineAuschwitz, 1944. L’ebreo ungherese Saul Auslander è uno dei Sonderkommando dei nazisti, ovvero un prigioniero obbligato a lavorare per aiutare nelle operazioni di sterminio di massa. Normalmente il loro impiego durava qualche mese, poi venivano rimossi, eliminati e rimpiazzati. Raccogliendo cadaveri, Saul identifica nel corpo di un giovane quello di suo figlio. Cerca allora di dargli una sepoltura secondo i canoni della sua religione, complicando un disperato tentativo di fuga che alcuni suoi compagni stanno progettando.

Film Critica logoCon la cinepresa spesso dietro la spalle o comunque addosso all’espressione concentrata e impassibile fin quasi alla stolidità dello sventurato protagonista, László Nemes (esordiente, ma già prezioso collaboratore di Bela Tarr e si vede tantissimo) ci scaglia nel cuore dell’inferno, nel suo caos visivo e sonoro (è tutto un ottundente abbaiare di urla, ordini, rumori), coinvolgendoci prima di tutto in una esperienza visiva e percettiva di straordinaria originalità (“volevo solo mostrare quello che vede. Niente di più, niente di meno” dice l’autore). Non è tanto o solo l’estrema tragicità della situazione, con gli esseri umani ridotti a cose, a pratiche da sbrigare (c’è una notte infernale di rara concitazione, con i prigionieri terrorizzati e ammucchiati, ammazzati a pistolettate alla tempia e precipitati in fosse tra i bagliori del fuoco, i fumi, il buio che tutto avvolge di impatto emotivo ai limiti della sostenibilità) a colpire di più (in fondo, specialmente dalla Francia e dall’Europa centrale, altri film ce l’avevano mostrata, a partire da Notti e nebbia di Resnais). È la dolorosissima, obbligata non reattività di Saul (Géza Röhrig), che ha una sola occasione per non abbandonarsi alla passività dell’animale condotto al macello. Vincerà la sua battaglia? In qualche modo, forse (un’imitazione di sorriso verso alla fine quasi gli piega le labbra, ma non diremo qui perché). Tratto da La voce dei sommersi (edito in Italia da Marsilio, a cura di Carlo Saletti), questa memorabile opera di fiction girata con molti piani sequenza (all’ungherese) ci ricorda che il cinema può ancora essere fondamentale per indagare negli abissi dell’animo e per farsi Storia, cultura e riflessione. Cannes lo ha capito (infatti ha vinto il Gran Premio della Giuria), i Golden Globe anche (Miglior film straniero), speriamo che anche l’Academy Awards nobiliti se stessa con l’Oscar.

Massimo Lastrucci

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