“MIA MADRE”: LA RECENSIONE DEL NUOVO FILM DI NANNI MORETTI

id. Italia, 2015 Regia Nanni Moretti Interpreti Margherita Buy, Nanni moretti, John Turturro, Giulia Lazzarini, Beatrice Mancini Sceneggiatura Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella Produzione Sacher Film, Fandango, Le Pacte, Film Boutique Distribuzione 01 Distribution

In sala dal 

16 aprile

colpo di fulmineMargherita è una regista. Sta girando un film sulla crisi di una fabbrica, la minaccia del licenziamento per tanti operai e l’arrivo di un nuovo padrone italo-americano. Ma non può concentrarsi sul lavoro, la madre vecchia e malata sta deperendo rapidamente in ospedale e invano lei e il fratello Giovanni si prodigano per non riconoscere o allontanare l’inevitabile finale. Così tensione creativa e l’ineluttabilità del dramma, a cui si aggiungono anche problemi sentimentali, si intrecceranno in un percorso di crisi, dolore e pacificazione.

Ci sono visioni di cui percepisci immediatamente, nel momento in cui si spalancano alla tua vista emotiva, che ti rimarranno impresse nella memoria. E sono queste che fanno poi la differenza tra il buon cinema e il grande cinema. Nel caso di Mia madre, maiuscola prova (forse la migliore) di Nanni Moretti, è lo sguardo lacrimoso e tuttavia luminoso, nello strazio e nell’affetto, di Margherita Buy. Una prova straordinaria la sua, da attrice che recita “appena un po’ accanto al personaggio” (per giocare con l’incomprensibile – ma poi non tanto – suggerimento che la regista propina a tutti i suoi attori), proprio come se Buy e Margherita fossero in quel momento presenti assieme con immedesimazione e lucidità (appunto). I suoi duetti con Giulia Lazzarini, monumento della scena teatrale italiana, sono un vertice di quello che il cinema italiano ha saputo esprimere in queste stagioni. Mia madre è un film della maturità, tanto difficile nella sua motivazione (è evidente la storia personale del cineasta) quanto splendidamente “semplificato” sino quasi alla lievità da una sceneggiatura cesellata e scorrevole quanto mai altre tra le sue (merito anche quindi dei coautori Francesco Piccolo e Valia Santella): un’impresa questa – e lo sottolineiamo – tutt’altro che scontata, oltretutto perché la trama non scorre lungo una linea cronologica naturale, ma ne segue – insidiosamente – piuttosto una dettata dalla coscienza di Margherita, tra il filo degli avvenimenti, i sogni, i flashback. E pur rimanendo nella sua struttura simile a tanta filmografia di Moretti, a partire dal mélange programmatico di due o tre piani narrativi differenziati (l’autobiografia, la fiction su una famiglia – disgregata ma unita – alle prese con il lutto, la riflessione sul lavoro del set), la materia viene unificata e fluidificata da uno sguardo coeso, ripulito e sobrio nella limpidezza di toni e stile. Tanto che persino le gag chiamate ad alleggerire (quasi tutte sulle spalle di John Turturro, l’attore americano del film nel film, inizialmente forse un po’ macchietta ma che poi viene riscattato nel corpo totale dell’opera) non stonano, non contrastano e alla fine si compenetrano in una pietas laica di enorme valore umano e filosofico.

Massimo Lastrucci

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(foto di Pietro Coccia)

 

 

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