Carlo Verdone 70 anni da incorniciare

L'attore e regista romano arriva a un traguardo importante con oltre quarant'anni di carriera alle spalle e altri di fronte

Carlo Verdone
Carlo Verdone

Carlo Verdone compie 70 anni. Se non fosse per le notizie sulla sua salute che lui stesso ha rivelato alla vigilia del compleanno (dei problemi alle anche, finalmente in via di risoluzione grazie a un intervento e all’innesto di protesi), per noi resta sempre Benvenuti Sergio, Manuel Fantoni, Gepy Fuxas e tutti gli altri personaggi della sua galleria lunga oltre quarant’anni.

Carlo Verdone è un patrimonio del cinema italiano

A cui ha dato almeno quattro film immortali e molti da tenere in alta considerazione.

Alcuni mesi fa Oscar Cosulich gli ha fatto una lunga intervista e non c’è modo migliore delle sue stesse parole per ripercorrere la carriera di questo attore, regista e scrittore che tanto ha dato e di cui attendiamo il suo nuovo film, bloccato dal Covid, ma che dovrebbe arrivare finalmente in sala dal il 20 gennaio 2021.

«Per me dirigere è un piacere, perché ho sempre avuto un ottimo rapporto con gli attori»

Carlo Verdone è rilassato, ha da poco ultimato il montaggio di Si vive una volta sola, quando ci accoglie nella sua bella casa romana. Il tema dell’incontro non è però solo legato al suo ultimo film e la nostra chiacchierata si allarga a tutta la carriera di questo straordinario interprete e regista, visto che Un sacco bello, che segnò il suo esordio cinematografico, ha compiuto quarant’anni proprio lo scorso gennaio. Quando arriviamo a trovarlo sta guardando in televisione una partita del Liverpool, con l’inevitabile malinconica nostalgia di tutti noi romanisti nel vedere grandi ex-giallorossi, venduti in nome delle plusvalenze, brillare lontano dalla nostra squadra, ora falcidiata dagli infortuni. Sparse qua e là nell’appartamento sono incorniciate foto di famiglia di Carlo, suo padre, sua madre, suo fratello, sua sorella e i suoi figli, ma anche quelle che lo ritraggono abbracciato a tanti amici e colleghi, come Alberto Sordi, Sergio Leone, Massimo Troisi.

«Ho sempre pensato che i set debbano essere leggeri e durante le riprese ci si debba divertire», prosegue Verdone, «la parte più importante di un film è per me prima dell’inizio delle riprese, nella scelta del cast. Quando ha gli attori giusti, che possono dare il massimo, poi è tutto più facile».

In effetti, in passato lei era molto più teso durante le riprese di un film. È da Benedetta Follia che la vedo rilassato.

«Il motivo è semplice: sono molto contento di questi film, perché hanno due soggetti che sento più miei di tanti altri».

carlo verdone 70 anni

Come è andata con i suoi coprotagonisti in Si vive una volta sola?

«Avevo l’esigenza di realizzare un film corale e volevo altri tre protagonisti al mio fianco, per una storia dove non ho nessuna caratterizzazione e devo far sorridere e ridere solo con la normalità, senza appoggiarmi al dialetto, o ai miei personaggi, ma essendo semplicemente me stesso. La cosa importante era mantenere sempre l’equilibrio del tono narrativo, così fin dall’inizio mi sono raccomandato di non esagerare mai, perché la grossa insidia, in un film apparentemente facile, era proprio quella di “far troppo” e perdere l’atmosfera che volevo dare al film».

Immagino abbia ottenuto quel che voleva.

«L’alchimia con i compagni di set è stata fondamentale, ogni mattina arrivavo con la memoria delle scene che si dovevano girare, ma poi abbiamo potuto dare libero sfogo all’estro del momento, perché i nostri personaggi sono realistici e non si è mai cercata la battuta per la battuta. Gli scambi sono venuto naturali e divertenti proprio perché eravamo sintonizzati sullo stesso registro. Alla fine abbiamo dato più spessore al copione, che avevo scritto con Giovanni Veronesi e Pasquale Plastino. Abbiamo persino completato le otto settimane di riprese con due giorni d’anticipo rispetto al previsto e questo la dice lunga».

A proposito di “essere se stesso”, è nota la sua passione con la medicina. Quanto le è stata utile qui?

«Dopo aver interpretato medici comici come il professor Raniero Cotti Borroni di Viaggi di nozze e il dentista Giulio Cesare Carminati di Italians, questa volta sono un vero luminare, un medico cui si rivolge persino il papa, per fare una risonanza magnetica alle dieci di sera e controllare un problema alla cistifellea. Non sono poi molte le scene che abbiamo girato in sala operatoria, ma dovevano essere tutte tecnicamente corrette. Io prima delle riprese ho consultato degli amici medici e sapevo come dovevo impugnare il bisturi. Poi, sul set, abbiamo avuto un giovane chirurgo che ci osservava e correggeva, controllando i nostri dialoghi e quello che facevamo. Dovevamo essere perfetti, perché altrimenti il film sarebbe diventato una cialtronata».

Facciamo un passo indietro. Che effetto le fa pensare che sono passati 40 anni da Un sacco bello?

«E chi se lo sarebbe mai immaginato di avere ancora una carriera quaranta anni dopo! Se pensi poi che in realtà ho cominciato nel 1977, con gli spettacoli all’Alberichino, gli anni aumentano ancora. Per una carriera così ci vogliono fortuna e salute. Salute fisica e mentale intendo, per mantenere l’equilibrio e non disperdersi. Se ripenso alla forza che avevo ai tempi di Un sacco bello mi stupisco: ho girato in cinque settimane e un giorno un film dove interpretavo tre protagonisti e altri tre nel salotto. Un massacro, eppure sono riuscito a terminare le riprese persino con un giorno d’anticipo».

Quel film era prodotto da Sergio Leone. Si può dire che, dopo suo padre Mario, Leone e Alberto Sordi siano stati i suoi padri putativi?

«No. Io ho avuto un unico padre e una grandissima madre. Mio papà, per la sua cultura, mi ha permesso di immagazzinare tutto ciò che era inerente al cinema e mia mamma Rossana, che era una donna con un enorme senso dell’umorismo e capace di grande ironia, è stata la mia prima fan. Lei veniva tutte le sere all’Eliseo a vedermi, era molto protettiva ed è stata decisiva nelle mie scelte: prima nel convincermi ad esibirmi all’Alberichino e poi ad andare a Torino, per il programma televisivo Non Stop. Io ero pieno di dubbi, mi sentivo inadeguato e lei ha saputo infondermi la sua fiducia».

E suo padre Mario?

«Mi diceva sempre di studiare, avvisandomi che quello nello spettacolo è un lavoro complesso e difficile, economicamente faticoso. Però nel 1969 mi aveva regalato la tessera del Filmstudio e ho iniziato lì la mia maratona cinematografica di spettatore, che ho proseguito in tutti i cineclub di Roma. La mia cultura cinematografica la debbo a lui, sono anche andato alle sue lezioni di cinema per saperne di più. Detto questo, Sordi e Leone sono stati molto importanti per me».

Carlo Verdone e Sergio Leone autori del soggetto e della sceneggiatura di “Troppo Forte”

In che modo?

«Alberto prima mi ha incantato come attore, poi ho avuto la fortuna di diventare suo amico. Mi divertiva, era un grande stimolatore, capiva a fondo l’importanza della commedia e lavorare con lui è stato meraviglioso».

E Sergio Leone?

«Lui è stato persino più importante, perché mi ha dato fiducia e ha scommesso su di me producendo il mio primo film, intuendo che avessi talento. Sentiva che la vecchia commedia italiana si stava esaurendo e che era necessario dare spazio alle nuove leve. Io ho studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma non è stato nulla rispetto a quello che ho imparato da lui. Sergio era un uomo di grande sensibilità e con un senso d’umorismo molto spiccato, che si può percepire in modo sotterraneo anche nei suoi film (a parte C’era una volta in America), era anche capace di gesti di grande generosità che andavano oltre ogni aspettativa».

Ce ne parli.

«Sergio aveva percepito la mia tensione all’idea di dirigere il primo film così, fin dal primo giorno di riprese, la mattina alle 6.30 era lui che veniva a prendermi in macchina per portarmi sul set, invece di mandarmi l’autista di produzione. Ti rendi conto? Leone mi faceva d’autista pur di farmi stare tranquillo e la sera mi riportava a casa! A ripensarci mi sembra ancora incredibile».

Ci diceva delle sue esperienze nei cineclub. Quali sono stati i suoi maestri nella commedia?

«Come dicevo, in realtà, prima di andare a vedere film di commedia ero (e rimango) un appassionato di tutto il cinema, anche se ho sempre avuto una particolare passione per Jerry Lewis, che mi ha sempre fatto ridere moltissimo. Da ragazzo mi affascinavano i grandi film come Ben Hur e quelli interpretati da Gordon Scott. Poi, grazie ai cineclub e alle lezioni di papà, ho scoperto Hitchcock, Murnau, Fritz Lang, Luis Buñuel. Andavo al cinema quattro/cinque volte a settimana, a volte anche da solo. Ero affamato di cinema. Ricordo che ho visto al Quirinetta L’ultimo spettacolo e temevo che sarebbe stata un’esperienza triste, visto che non avevo trovato nessuno che mi accompagnasse. Invece, sono rimasto a bocca aperta, talmente entusiasta che ho voluto rivederlo trascinando degli amici con me!».

Sembra l’adolescenza di un critico. La passione per la commedia quindi è successiva?

«Quella arriva grazie a Sordi e al primo Fellini, a film come Lo sceicco bianco e I vitelloni, che sono commedie fantastiche. Poi ci sono tutti i grandi film di Sordi come Lo scapolo. Ho amato tutti i film in bianco e nero di Sordi e ho una passione particolare per il capolavoro Una vita difficile, mentre della sua produzione a colori trovo che non tutto sia stato al livello elevatissimo dei film precedenti. L’Italia ha avuto tantissimi grandi attori di commedia: pensa a Tognazzi, a Gassman e al più grande di tutti: Marcello Mastroianni. Lui non faceva mai caricature e per questo è stato l’unico ad essere veramente internazionale, oltre ad aver un fascino notevole».

Ripensando alla sua carriera finora, quali sono i film di cui è più soddisfatto?

«Credo di aver avuto un decennio notevole negli anni ’90. In quel periodo ci sono stati film come Maledetto il giorno che t’ho incontrato, Al lupo al lupo, Perdiamoci di vista, Sono pazzo di Iris Blond e Gallo cedrone che anticipava quella mitomania che oggi purtroppo impazza. Diciamo che ho fatto quel che potevo, meglio che potevo, perché non si può chiedere a nessuno di essere sempre primo, secondo, o terzo. Per fortuna i miei film degli anni ’80 hanno creato un pubblico trasversale che mi segue e che, quando mi azzardo a criticare qualcosa di quello che ho fatto in passato, mi attacca pure!».

Negli anni ’80, in effetti ha inanellato dei gran bei film.

«La svolta del mio approccio cinematografico c’è stata nel 1987, quando ho abbandonato i miei caratteri per girare Io e mia sorella, poi l’anno dopo, con Compagni di scuola, è stata la volta del mio primo film corale: avevo ventiquattro attori in scena, tutti perfettamente misurati e in parte. All’inizio quel film spiazzò il pubblico, poi è stato riscoperto dopo. Mi è successo anche con C’era un cinese in coma, quando è uscito nel 2000 è stato stroncato, ma dopo quattro/cinque anni lo hanno rivalutato. Capita».

Dopo Si vive una volta sola ha già nuovi progetti?

«Nel 2020 girerò un nuovo film, di cui stiamo decidendo in questi giorni quale sarà il tema. Poi nel 2021 mi attende un nuovo impegno: la serie Vita da Carlo, che andrà su Amazon. Abbiamo già preparato un paio di episodi pilota che sono molto piaciuti. Lo stiamo scrivendo con Nicola Guaglianone, Menotti e Pasquale Plastino: sono puntate da 30/40 minuti l’una, di cui io dirigerò le prime due, o tre, per passare poi la mano ad altri registi. Da parte mia sarò sempre in scena e, ovviamente, una vagonata di attori mi accompagnerà di volta in volta. Sarà un grosso impegno, ma mi affascina l’idea di finire su una piattaforma che è vista in tutto il mondo, sia pure coi sottotitoli».

Far ridere oggi è diverso da quando ha cominciato?

«Sì, è sempre più difficile trovare soggetti nella realtà di oggi, dove c’è veramente poco da ridere e molto da disperarsi. Ti devi armare di pazienza, perché sono tempi da pistola alla tempia: i giovani sono senza lavoro, i governi sono instabili, le tasse salgono, ma le città non funzionano, con le pensioni minime si muore di fame. Per far ridere bisogna essere dei prestigiatori e stare attenti alle notizie, trovare fatti di cronaca che offrano spunti. Nel dopoguerra l’Italia era devastata, ma almeno c’era il boom economico, ora c’è solo il boom».