PADRI E FIGLIE

Fathers and Daughters, Italia/Usa, 2015 Regia Gabriele Muccino Interpreti Russell Crowe, Amanda Seyfried, Aaron Paul, Ryan Eggold, Quvenzhané Wallis, Diane Kruger, Jane Fonda, Octavia Spencer, Bruce Greenwood Distribuzione 01 Durata 1h e 16′

In sala dal

1 ottobre

Un incidente gli ha portato via la moglie e lesionato il cervello (ogni tot cade preda a violente crisi epilettiche), per il romanziere Jake Davis (premio Pulitzer) ora l’attenzione si concentra solo sull’affetto e l’educazione della figlioletta Katie. Ma come fare se i soldi latitano e la cognata vendicativa gliela vuole portar via? Conseguenza: 27 anni dopo la piccola Katie è cresciuta, fa la psicologa d’appoggio a bambini emotivamente disturbati, ma forse è lei che ha bisogno di cure: perché si concede a chiunque ed incapace di gestire qualunque rapporto serio.

Notare il titolo: è al plurale. Storia comune dunque, esemplificativa ed esemplare per tutti? Mica tanto, la valanga di sfighe che travolge Russell Crowe fa di Giobbe un fortunello (e infatti la figlioletta Kylie Rogers 5 inquadrature su 7 piange, singhiozza, lacrima) e francamente un po’ sfugge perché automaticamente, diventata da grande Amanda Seyfried, si sia trasformata in una complicata, a volte arrogantella, anaffettiva da salvare (arriva infatti il giornalista Aaron Paul, libero, non selvaggio, ma infatuato del padre scrittore che farà saltare ogni schema). C’è una cocciutaggine nel Muccino americano (vedi anche La ricerca della felicità o Sette anime) a forzare il mélo più strappalacrime da rendere la sua quasi una missione impossibile. Così una magnifica scioltezza di mestiere si mette al servizio di un trito materiale da medio consumo, con tanto di zii fetentoni, corse chilometriche per New York dal giorno alla notte, bambine rese mute da un shock ma subito disposte a comunicare, Close to You di Burt Bacharach che fuoriesce per forza propria dai jukebox, la dedica (“patatina”) alla figlia sul romanzo postumo che darà definitiva gloria e altri premi: tutta roba da far tremare i polsi, ma proviamo a cogliere anche il buono (che, in disparte, c’è). Innanzitutto, a dispetto della sceneggiatura senza freni firmata Brad Desch di cui poco si sa (è del 2012 e pare che i produttori abbiano fatto a gara per accaparrarsela), i movimenti della macchina da presa possiedono la morbidezza e la cura del prodotto di garanzia (stesso discorso per la fotografia). In quanto al cast, beh ci sembra si sia assoggettato liberamente e volentieri (Crowe è anche produttore) a un tipo di cinema che normalmente non porta molta gloria intellettuale. Però quando appare Jane Fonda strappa ancora mormorii di ammirazione, per lo stile e la tenuta fisica (78 anni di puro fascino!).

Massimo Lastrucci

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