L’Expérience Zola – Parla il regista Gianluca Matarrese

Il cineasta parla a Ciak del suo nuovo lungometraggio, presentato alle 20me Giornate degli Autori e al cinema dal 13 settembre per Luce Cinecittà.

0

«Mi diverto a esplorare questo sentiero tra realtà e finzione. E la verità per me si trova in entrambi i posti», afferma Gianluca Matarrese parlando del suo nuovo lungometraggio L’Expérience Zola, in sala dal 13 settembre per Luce Cinecittà dopo essere stato presentato come Evento speciale alle 20me Giornate degli Autori (sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema di Venezia). «Il film», spiega a Ciak il regista (tra i suoi precedenti lavori per il cinema, Fuori tutto, La dernière séance e Il posto), «si chiama L’Expérience Zola perché volevo che fosse una vera esperienza per lo spettatore che perde i punti di riferimento, e anche per me che giro e scrivo, per gli interpreti che sono anche autori, siamo tutti immersi in questo marasma».

Ovvero, quello di Anne Barbot e Benoît Dallongeville, che mettono in scena a teatro il romanzo L’assommoir (“Lo scannatoio”, 1877) del grande scrittore naturalista Émile Zola, finendo col percorrere un destino speculare a quello dei loro personaggi (lo zincatore Coupeau e la lavandaia Gervaise), tra una relazione che inizia e la sua lacerante crisi per colpa (anche) di un incidente sul lavoro. Ad aggiungere un’ulteriore cortocircuito tra reale e rappresentato, lo stesso Matarrese interviene e si palesa durante le sequenze come regista che sta documentando gli eventi. «Le nostre vite sono questo», sottolinea, «io faccio questo, mischio la mia vita all’arte, tutti i miei film raccontano di persone che mi circondano e realtà che mi stanno intorno».

«In questo caso», prosegue, «Anne “sono io” in qualche modo, e sta veramente allestendo un adattamento dell’Assommoir, realmente ingaggia un attore e ha una storia d’amore con lui, realmente lo lascia». Così, in certi momenti, lo spettatore che non conosce o non ricorda l’opera di Zola non sa se i dialoghi del film appartengono al testo di partenza o alle vite delle persone/personaggi. «Ho cercato per tutto il tempo di far sì che non ci fossero mai troppo documentario e mai troppa finzione», specifica il filmmaker, «il montaggio è stato scultoreo, abbiamo lavorato davvero al millimetro».

L’Expérience Zola (una produzione Bellota Films e Stemal Entertainment, prodotto da Dominique Barneaud e Donatella Palermo) è inevitabilmente anche un’opera sull’arte teatrale (e il suo rapporto col cinema), fondamentale nel percorso di Matarrese: «Io provengo dal teatro, ho fatto studi di teatro da quando avevo 14 anni, prima a Torino poi in Francia per frequentare la scuola di Jacques Lecoq, dove ho conosciuto Anne. Ho sempre avuto questa “doppia anima”, e sono felicissimo di essere finalmente riuscito a fare un film sul teatro. Per come lo concepisco io, il teatro è laboratorio, creazione collettiva, e così anche il cinema».

E di chi lavora in questo ambito, il lungometraggio ci mostra anche la condizione sociale segnata dalla precarietà, in un altro, sorprendente parallelismo con L’assommoir. «Nonostante in Francia ci sia un sistema che tutela gli artisti disoccupati, quindi in confronto all’Italia stiamo messi benissimo, si tratta comunque di un mestiere segnato dall’instabilità. Basti pensare che il nome di questo statuto tutelato in Francia è “intermittance du spectacle”, intermittenza: è un mestiere di intermittenza, senza contratti dalla durata indeterminata. Quindi è un lavoro chiaramente precario, e come nel romanzo ci sono le conseguenze di un infortunio sul lavoro, così nel film. Attraverso il nostro mondo di oggi esploriamo le stesse dinamiche del romanzo, di questo rullo compressore che è la società che schiaccia l’individuo»

E, come l’autore francese, anche il cineasta vuole (per citare una battuta di Anne) cercare non tanto la bellezza ma «la febbre, le pulsioni interiori»: «Come regista uso spesso la luce naturale, sono molto vicino all’oggetto che filmo, mi piace quest’empatia e mi piaceva soprattutto per questo film, dove volevo mantenermi sotto la pelle della coppia, la loro intimità viene “scorticata”. Ovvio che quando “togli la pelle” non è tutto bello, il bello è sempre molto relativo, ma l’importante per me è che l’immagine racconti qualcosa. Ed è proprio quello che sento in Zola, come dice Anne la sua è una letteratura che “frappe”, dà uno schiaffo. Ciò che mi piace tantissimo di lui sono i monologhi interiori, abbiamo un flusso di coscienza dei personaggi, lo spettatore sa tutto di loro. Anche nel film non ci sono troppi colpi di scena, gli unici sono quelli legati alla mia presenza, io arrivo e scompiglio un po’ le cose».