The Colour Room, la recensione

Una storia vera di emancipazione femminile con la Phoebe Dynevor di Bridgerton

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The Colour Room

Tra le Première internazionali più attese del Red Sea Film Festival c’era sicuramente quella di The Colour Room, film diretto da Claire McCarthy (Domina, I Luminari – Il destino nelle stelle) nel quale si racconta la storia rivoluzionaria dell’artista della ceramica Clarice Cliff. Quella che generalmente è considerata una delle prime esponenti dell’Art Deco, interpretata sullo schermo dalla Phoebe Dynevor di Bridgerton, qui al suo esordio nel lungo cinematografico dopo oltre dieci anni di piccolo schermo.

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E’ lei la determinata e a tratti ingestibile eroina della storia sceneggiata dalla quasi esordiente Claire Peate (anche per lei giusto un paio di cortometraggi), nella quale seguiamo la crescita della giovane di estrazione operaia all’interno della locale fabbrica di ceramiche Wilkinson verso la fine degli anni ’20. Decisa a far conoscere le proprie idee e a realizzare i propri desideri, Clarice affronta di petto ogni ostacolo che le si frappone davanti, ignorando regole e rischi, per creare l’opportunità che le serve. E che la porta a poter creare una sua nuova linea di ceramiche, innovativa e moderna, conquistando il lungimirante proprietario.

The Colour Room

Quasi una favola della quale si sa in anticipo la conclusione, con una eroina, la cui identità non è affatto segreta, circondata da dettagli distribuiti con nonchalance nelle scenografie e nella caratterizzazione del personaggio, a suggerire e ammiccare, senza anticipare troppo. Un’attenzione che la regista mantiene per tutta la durata del film, più carente invece quanto a svolte narrative e intensità drammatica.

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E’ paradossale che una storia nella quale non mancano morte, malattia, tradimento e fallimento sia così didascalica e – per quanto detto, inevitabilmente – prevedibile. Le tante vicende personali, sentimentali e non, punteggiano senza ‘colorare’ il farsi strada della protagonista in un mondo maschile e classista. Una storia vera, che nel racconto sembra più facile di quello che probabilmente è stata nella realtà. Anche ammesso che la Cliff abbia effettivamente incontrato uomini più lungimiranti della media, portati sullo schermo da Matthew Goode e un ottimo ed espressivo David Morrissey.

The Colour Room

Anche la stessa ‘Stanza dei colori’ del titolo non ha un peso così determinante nello svolgimento, al netto del suo valore simbolico, forse poco sfruttato anch’esso. Maschilismo, condizione lavorativa, classismo sociale, tutto è sullo sfondo della rappresentazione di una giovane donna capace di vivere la propria passione come di avere delle idee ed esprimerle in maniera imprevedibile, andando oltre ogni convenzione o consuetudine, realizzando una vera e propria rivoluzione, artistica e commerciale. Un percorso in cui le ‘va tutto dritto’, alla fine persino il fumo della fabbrica al lavoro sul suo sogno.

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