Il viaggio del principe – Recensione del film in anteprima a Pesaro 57

Una delicata e immaginifica allegoria delle migrazioni e del rapporto con le altre culture.

Il viaggio del principe
Il viaggio del principe

Presentato in anteprima lunedì 21 giugno alla 57esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival, Il viaggio del principe (The Prince’s Voyage), di Jean-François Laguionie e Xavier Picard, è il titolo di punta della nuova sezione Pesaro Film Festival Circus, dedicata all’infanzia. Ma possiamo già dire che questo lungometraggio d’animazione (già selezionato ad Annecy 2019 e in sala dal 22 luglio per P.F.A. Films/Emme Cinematografica) è anche tra i titoli più interessanti della Mostra di quest’anno: tanto riesce ad essere complesso tematicamente e a tratti visionario stilisticamente, senza rinunciare alla sua ulteriore vocazione di film accessibile a tutte le fasce d’età.

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In una grande città industriale popolata da scimmie antropomorfe (eventualità che, dai tempi del primo Pianeta delle scimmie, sappiamo essere talvolta plausibile), il giovanissimo Tom trova in riva al mare uno straniero ferito. Sotto le cure di un’infermiera, una botanica e un professore universitario, il nuovo arrivato si rimette in forze e rivela di essere il principe Laurent, del regno dei Lankoos, meno progredito tecnologicamente ma culturalmente raffinato. L’unico però a mostrare da subito una reale volontà e capacità d’ascolto del principe è proprio Tom, che instaura con l’altro una profonda amicizia. Ma cosa accadrà quando il professore, desideroso di utilizzare la scoperta della nuova e sconosciuta civiltà di scimmie per riabilitarsi nel mondo accademico, presenterà il visitatore ai colleghi?

L’augurio migliore che si possa fare prima di addentrarsi (bambini e tanto più adulti) nella visione del film è proprio quel «buon viaggio» rivolto dal co-regista Picard (in collegamento) al pubblico della Piazza del Popolo pesarese. Perché Il viaggio del principe, sequel del precedente film di Laguionie Le Château des singes, riesce a veicolare temi di dirimente attualità, come l’accoglienza dei migranti, l’apertura a culture diverse dalla propria, il riconoscimento di ogni identità, senza mettere in secondo piano il gusto della meraviglia che coinvolge al contempo protagonista e spettatori.

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La società iperproduttiva e consumista delle scimmie “occidentali”, e altri modelli di civiltà in cui ci imbatteremo, sono allegorie immaginifiche che riservano più di una sorpresa (e di uno spunto satirico), al passo felpato di un racconto dal ritmo piacevolmente lieve. Dove la voce narrante del principe non diventa mai pesantemente didattica o didascalica, bensì tende a favorire la nostra identificazione con quel punto di vista “altro”, circondato dagli sguardi e dai pregiudizi altrui, che è la condizione del personaggio in questo film: ribaltando per certi versi l’assunto del capitolo precedente, dove era proprio il regno dei Lankoos a essere visitato da uno “straniero”, proveniente dal popolo di Canopia, altre scimmie che hanno scelto di costruire la loro città in cima agli alberi.

Piccolo grande cinema d’animazione, con due anni e mezzo di lavorazione e 150 persone coinvolte nella realizzazione (racconta ancora Picard), per ribadire sia l’universalità di una tecnica in grado di parlare anche (non solo, né necessariamente) ai più piccoli, sia la pregnanza metaforica dei primati al cinema: oltre che nella già citata saga distopico-fantascientifica, pensiamo a King Kong, omaggiato con ironia nella sequenza più cinefila del film.

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