“IL GGG – GRANDE GIGANTE GENTILE”: LA RECENSIONE

The BFG Usa, 2016 Regia Steven Spielberg Con Mark Rylance, Ruby Barnhill Distribuzione Medusa

In sala dal 30 dicembre

IL FATTO – L’orfanella Sophie, mentre scruta la notte di Londra, si imbatte in una creatura enorme, un Gigante che, sorpreso, la prende e se la porta con sé. In realtà “il mostro” è buono come il pane e cortese, è vegetariano e si è auto incaricato addirittura di catturare i Sogni per depositarli nelle menti dei bambini che dormono. Insomma tutto il contrario dei suoi compatrioti, non solo molto, ma molto più grossi di lui, ma anche accaniti, seppur grossolani e stupidotti, divoratori di bambini. Tanto che la strana coppia, il Gigante e la Bambina (come avrebbe detto Lucio Dalla), si rivolgerà niente meno che alla Regina di Inghilterra per sventare la minaccia di un’invasione dei mastodontici cannibali.

L’OPINIONE – Roald Dahl è uno scrittore, riduttivamente definito per l’infanzia, capace di aggiungere deliziosi graffi di sadica cattiveria anche alle sue trame più educatamente favolistiche (ricordiamo anche Matilda sei mitica e soprattutto La fabbrica di cioccolato). Qui però Spielberg, nonno appena settantenne, ha preferito lavorare sul piano della mera meraviglia, con l’avallo della Walt Disney che coproduce (il gioco tra il piccolo, il grande e l’ancor più grande) e dell’umorismo innocuo/birbante per ragazzini beneducati (vedi gli effetti “scoppiettanti” dello sciroppio), con il lavoro dei tecnici (FX, scenografi, costumisti, musicisti, operatori) a farsi notare su quello degli scrittori (la sceneggiatura peraltro è firmata da Melissa Mathison, che è poi l’autrice di E..T. e questo lo si distingue, scomparsa nel 2015 e la dedica finale sui titoli di coda “alla nostra Melissa” la ricorda ).

La mano di Spielberg è come sempre scorrevole ed educatissima, pennella lunghe carrellate e costruisce inquadrature d’autore senza mai perdere quel suo inimitabile ritmo quasi “musicale”, anche se chiaramente non si tratta di una delle sue opere più ispirate. Il protagonista è il maturo Mark Rylance, che lo stesso cineasta ha praticamente fatto conoscere internazionalmente con Il ponte delle spie e che qui recita nascosto da un pregevole make up che lo caricaturizza senza deformarlo più di tanto, mentre la 13enne Ruby Barnhill si muove senza soverchie smancerie e una naturale simpatia da anti-piccola diva.

Insomma prendiamolo e gustiamolo quasi come una pausa giocosa per un’indaffaratissimo cineasta in attesa di rituffarsi nel thriller di fantascienza Ready Player One e la ricostruzione dei problematici rapporti tra Vaticano ed ebraismo con lo storico The Kidnapping of Edgardo Mortara (con di nuovo Mark Rylance, questa volta a interpretare l’ottocentesco Papa Pio IX).

Massimo Lastrucci