I LUOGHI DELL’ANIMA DI WALTER VELTRONI: “FAR RIDERE MISSIONE (QUASI) IMPOSSIBILE”

Sono sempre meno i film che riescono a divertire gli spettatori in modo intelligente, e quei pochi andrebbero premiati. Uno di questi è  Smetto quando voglio, di Sydney Sibilla, un regista con la commedia nel Dna

Smetto quando voglioRidere al cinema è un piacere quasi sconosciuto, ormai. Far ridere al cinema è un’impresa quasi impossibile, ormai. Si elogia spesso, e io non smetterò mai di farlo, la commedia italiana. Il suo carattere trasgressivo e la sua comicità profonda e travolgente, la sua capacità di far ridere a crepapelle e di far piangere a dirotto. Ma il cinema non è una nuvola in un cielo sempre uguale. Conta il contesto, il clima culturale e civile, il linguaggio degli altri media. E quindi si può facilmente convenire che allora tutto era molto ufficiale e paludato, la satira era riservata a spazi elitari ed esclusivi e la derisione di ogni autorità e convenzione assai più nuova, coinvolgente e sorprendente di quanto possa essere oggi.

Smetto quando voglioSi scherzava poco, in tv e sui giornali, negli anni Cinquanta e Sessanta e la censura vigilava occhiuta che non si travalicassero limiti di linguaggio sessuale, politico e religioso che erano cinti da palizzate di amianto. Questo clima severo apriva distese infinite di spazio, praterie libere in cui la colta intelligenza degli autori della commedia si inseriva trovando un pubblico che, vedendo quei film, si sentiva rispettato e liberato. E quegli autori amavano e cercavano tutti gli spettatori, non si rivolgevano a una cerchia di palati fini e di menti colte. Facevano ridere, quei film, perché raccontavano la società come altri non facevano o non potevano fare. Questo è sempre accaduto e spiega perché, in quegli anni, non facessero più ridere le gag, alcune delle quali peraltro immortali, delle comiche degli anni Venti e Trenta.

Smetto quando voglioIl cinema e persino il ridere è un fatto storico. E la risata ha bisogno, spesso, di un totem da circondare o da abbattere, di un tabù da sfatare, di un moralismo da deridere. Tre cose difficili da reperire, nel nostro tempo. Per questo chi oggi riesce a far ridere al cinema andrebbe premiato con una menzione speciale, un bacio accademico, una bambolina di peluche. Smetto quando voglio è una delle commedie più riuscite di questi anni, uno dei casi in cui non si sorride ma non importa se ispirata come si dice alla serie Breaking Bad, con personaggi indovinati e capaci di far immedesimare un pubblico giovane che non stenta a riconoscersi nelle ambizioni e nelle frustrazioni di un gruppo di laureati che viene sfruttato e vilipeso. Fino al capolavoro del personaggio di Pietro Sermonti che deve far finta di essere un coatto per nascondere, in un colloquio di lavoro, di essere orrendamente laureato.

Il sorpassoIl film ha il ritmo giusto, i dialoghi intelligenti, le battute sapide, attori uno più bravo dell’altro. E quel gruppo, da Edoardo Leo a Stefano Fresi, potrebbe davvero far sorridere il cinema italiano nei prossimi. Il regista è un ragazzo di 33 anni che ha studiato, o comunque ha nel Dna, Risi e Scola, Monicelli e Magni e anche la commedia americana classica e moderna. Ha fatto un film che è un gioiellino, con situazioni, i benzinai che parlano latino, e una scena madre, la rapina in banca, che da soli valgono il prezzo del biglietto, quello del Dvd e una imperitura riconoscenza della comunità nazionale.