Il vegetariano: un tuffo fra gli indiani d’Italia, all’insegna dello scambio culturale

Quando si parla di immigrazione in Italia, raramente si pensa alla comunità indiana. Eppure è numerosa, soprattutto al Nord: a raccontarla è il film Il vegetariano di Roberto San Pietro, che sta girando l’Italia con una distribuzione indipendente riscuotendo un ottimo successo di pubblico. La storia è quella di Krishna, un immigrato indiano, di religione induista e vegetariano, impiegato in un allevamento di mucche nella campagna emiliana. La vita non sarà tenera con lui e lo porterà a vivere un grosso dilemma interiore: restare fedele alla sua cultura o adeguarsi a quella occidentale, per esempio accettando che gli animali vengano uccisi? «C’è un elemento tipico della cultura indiana, anche se non tutti lo rispettano: considerare tutte le forme di vite degne di considerazione. Mi sembrava una cosa molto bella», afferma il regista. Il film è basato su storie vere di integrazione intorno al Po, nel reggiano e nel mantovano. «Volevo parlare di un contesto di immigrazione diverso dal solito, dalle solite periferie violente o situazioni di delinquenza. Non volevo partire dai problemi, ma dal possibile scambio di idee e suggestioni fra le culture», continua San Pietro.

Come nasce l’idea di un film con protagonista un immigrato indiano?

Dalla lettura, anni fa, di un reportage che raccontava l’immigrazione indiana nella bassa padana, emiliana e lombarda. In quelle zone c’è una forte presenza di indiani, molti dei quali sono impiegati nell’allevamento delle mucche da latte: sono richiesti perché hanno particolare cura nei confronti della mucca, un animale che nella loro cultura considerano sacro. Ho sempre avuto amore per la cultura e la filosofia indiana e anche qualche vaga preoccupazione animalista, quindi mi è sembrata l’occasione buona per unire le due tematiche.

Il suo racconto della comunità sikh è molto dettagliato: come si è documentato?

Sono andato di persona nei paesi dove l’immigrazione indiana è più alta e ho cominciato a farmi raccontare direttamente le storie di queste persone. Ho trovato una realtà inaspettata: a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, c’è un grandissimo tempio sikh, la comunità ha ricreato alcuni luoghi di culto e aggregazione. Sono stato colpito in particolare dalla storia di un indiano a capo di un allevamento, che doveva quindi decidere quali erano le mucche non produttive. Era entrato talmente in crisi che aveva deciso di licenziarsi. Mi sembrava interessante fare un film sulla cultura indiana non per forza in ambientazioni esotiche ma piantato in una realtà molto concreta come quella della produzione del latte nella pianura Padana.

Il protagonista vive un forte conflitto interiore.

La generazione dei genitori, immigrati all’inizio degli anni ’90, tende a conservare di più le tradizioni mentre i trentenni, molti dei quali nati in Italia, tendono a occidentalizzarsi. Più che parlare di integrazione in senso stretto mi interessava proporre elementi di una cultura straniera che possono essere motivo di riflessione per noi occidentali. È il lato interessante dello scambio culturale.

Come ha trovato gli attori?

Sono tutti non professionisti, tranne il personaggio del vecchio allevatore. Li ho trovati facendo vari casting nelle zone dov’è ambientato il film: un lavoro molto lungo perché avevo bisogno di indiani che parlassero molto bene l’italiano, quindi il campo si restringeva.

 

 

Nel film, attraverso la figura della f08idanzata di Krishna, è descritto anche il mondo delle badanti…

Novellara è crocevia di immigrazione di etnie diverse: molti sono provenienti dall’Est Europa. Ho immaginato una storia d’amore tra culture diverse, cosa che comincia ad avvenire anche nella realtà. Alla fine ho trovato una ragazza russa a Bologna.

Il film, pur distribuito in maniera indipendente, ha avuto ottimi esiti.

Purtroppo si è dovuti ricorrere a una distribuzione indipendente, tutte le proiezioni fatte hanno avuto ottimi esiti. È una cosa paradossale: spesso gli esercenti pensano che certe cose non interessino mentre, alla prova dei fatti, avviene il contrario. A Milano ha avuto 15 giorni di programmazione con una media superiore a tanti altri film normalmente distribuiti. La stessa cosa è avvenuta a Bologna e Brescia, è uscito in più di venti città italiane.