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12/06/2017

“Una doppia verità”, il piacere del legal thriller classico con Keanu Reeves

“Una doppia verità”, il piacere del legal thriller classico con Keanu Reeves

The Whole Truth Usa, 2016 Regia Courtney Hunt Interpreti Keanu Reeves, Renée Zellweger, Gugu Mbatha-Raw, Gabriel Basso, Jim Belushi Distribuzione Videa Durata 1h e 33’

 

Al cinema dal 15 giugno 2017

IL FATTO – “Un semplice caso di patricidio”: così l’avvocato Richard Ramsey lo ha definito, amico di famiglia e incaricato dalla vedova Loretta Lassiter di difendere a tutti i costi il figlio Mike, accusato dell’omicidio del padre Boone e reo confesso (“andava fatto tempo fa”). Non solo, il ragazzo si rifiuta di parlare e il compito appare così praticamente impossibile. Con l’aiuto di una giovane collega, l’avvocato cerca di sviluppare una linea processuale coerente usando anche qualche trucchetto del mestiere, ma sarà invece proprio il ragazzo a fornire una clamorosa chiave di svolta.

L’OPINIONE – Sembra quasi un film targato anni ’80, questo legal thriller, almeno nelle atmosfere e nell’andamento. Uno di quei gialli “medio-dignitosi” con contorno di caratteristi e protagonisti di grido (tipo Cher, Jeff Bridges, Roy Scheider e giù di lì). La sceneggiatura del figlio di Elia Kazan, Nicholas (A distanza ravvicinata, L’uomo bicentenario) è dignitosamente solida, tanto da farci digerire anche il colpo di scena che non manca (improbabilissimo nella vita vera) e che motiva tutta la produzione. La regia di Courtney Hunt (secondo lungometraggio dopo lo splendido Frozen River di 8 anni fa) è dal canto suo corretta e senza picchi.

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Insomma uno spettacolo ormai inusuale quasi controvoglia, in un’epoca di thriller al testosterone e polizieschi adrenalinici e tarantinati, soprattutto una digressione nelle carriere incanalate di due ex super star, Keanu Reeves (che tra un John Wick e l’altro ricorda di essere anche un attore di mestiere e che ha preso qui il posto di Daniel Craig, nientemeno) e Renée Zellweger che, Bridget Jones’s Baby a parte, mancava da sei anni da un set. La regista ci informa che ha scelto New Orleans per “la sua reputazione in ambito processuale della fase preliminare dei processi penali in cui dovrebbero essere resi noti gli elementi probatori”, cosa che qui non accade, trasformandosi in quello che nel gergo forense americano si chiama “trial by ambush”, ovvero “processo da imboscata”. E qui i colpi bassi non mancano di certo, per il piacere del pubblico più attempato.

Produzione riservata
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