Intervista a Amy Adams, la grande snobbata dagli Oscar 2017

«Sono coinvolta ormai da anni nelle avventure soprannaturali di Superman col personaggio di Lois Lane, giornalista nonché fidanzata del supereroe (dopo L’uomo d’acciaio e Batman v Superman: Dawn of Justice, nel 2017 sarà in Justice League, Nda.)», dice Amy Adams, 42 anni. «Eppure Arrival è il mio primo film veramente di fantascienza, un genere considerato di solito molto più maschile, tanto che il regista, Denis Villeneuve mi ha confessato di essere un tale fan da quando ha 10 anni, che ne sta già girando un altro, Blade Runner 2».

E quando le è arrivata la sceneggiatura usciva da un periodo di superlavoro per American Hustle – L’apparenza inganna di David O. Russell e Big Eyes di Tim Burton, e aveva programmato un lungo periodo di riposo per dedicarsi a sua figlia Aviana che aveva solo 3 anni. «L’ho quindi cominciata a leggere più che altro per curiosità, ma l’ho trovata superba, una poesia in prosa, con una quantità di sottotesti che mi hanno talmente catturato emotivamente che, quando l’ho finita, l’ho immediatamente riletta da capo, per capirne tutte le sfumature. Poi ho incontrato Villeneuve che ha esordito con una frase magica, come se avesse letto i miei pensieri: “malgrado l’impianto fantascientifico, è semplicemente la storia di una madre che racconta a sua figlia la sua vita”. Semplicemente? Volevo abbracciarlo».

Lei interpreta la linguista Louise Banks, incaricata dal governo americano di cercare di comunicare con gli alieni di una delle 12 enormi astronavi, definite gusci per la forma ovoidale, che sono improvvisamente atterrate in 12 diverse nazioni.

I due con cui ho a che fare io, eptapodi con sette tentacoli, in mancanza di un nome più adatto vengono chiamati Abbot e Costello (cioè il nome originale della coppia Gianni e Pinotto, Nda.), ma è l’unica battuta del film, perché il resto, pur essendo tratto dal premiatissimo ma breve racconto Storie della tua vita di Ted Chiang (Frassinelli), è una complessa meditazione sul valore del tempo, sulla non linearità dell’esistenza, su predestinazione e accettazione del dolore e sul significato di umanità. Temi serissimi.

Lei come se la cava con le lingue?

Malgrado il mio mestiere non ho viaggiato molto. Parlo un po’ di francese, spagnolo e italiano, o meglio li capisco, a patto che siano scanditi con estrema lentezza. L’autore del racconto ha studiato lingue per 4 anni, prima di scrivere una singola parola. Il mio angelo custode è stata la professoressa Jessica Coon, dell’università McGill di Montreal, che è una specialista dei Maya. Mi ha spiegato che una linguista non fa la traduttrice, bensì affronta l’aspetto antropologico e sociale di parole e suoni. Anche il fatto che mia figlia in quel periodo stesse imparando a leggere mi è stato molto utile. Mi ha insegnato a non essere troppo complicata nei concetti, ma ad andare subito al sodo, pur evitando le possibili trappole di parole/concetto che potrebbero causare equivoci. Quello che gli alieni definiscono col nostro “arma”, in una cultura diversa potrebbe indicare qualcosa di meno minaccioso, come “strumento”.

Louise all’inizo del film dice: «Ci sono giorni che definiscono la tua storia oltre che la tua vita». Pensa che il giorno che vincerà finalmente l’Oscar sarà uno di questi? Visto che è già stata candidata 5 volte negli ultimi 10 anni (per Junebug, Il dubbio, The fighter, The master, American Hustle-L’apparenza inganna), ma quest’anno non è arrivata la nomination, né per Arrival, né per Animali notturni di Tom Ford?

Non ho mai scelto un film in base alle sue potenzialità da Oscar. Scelgo quello che mi colpisce emotivamente, sperando poi di riuscire a trasmettere sullo schermo quello che mi aveva colpito sulla carta. Ma per rispondere alla sua domanda, non lo so, perché non ho mai vinto un Oscar. Ma avere avuto tante nomination mi ha sempre fatto sentire una vincente, non una perdente.

Ma non è un po’ schizofrenico avere due film importanti in uscita insieme?

No, vuole solo dire lavorare il doppio, anche nelle promozioni, ma è un onore. Noi attori non abbiamo nessun controllo sulle date, i film sono stati girati a quattro mesi di distanza. Sono certamente due film estremamente originali e intensi, ma molto diversi fra loro. Bel dilemma, avessi dovuto sceglierne uno solo dei due.

I due personaggi non hanno niente in comune a parte lei?

Abitano entrambe in case con grandi pareti di vetro. Credo proprio che questo le renda più esposte e meno protette, e quindi vulnerabili.