Bernardo Bertolucci, l’imperatore italiano

Bernardo Bertolucci (Parma, 1941-Roma, 2018) faceva parte di quella generazione per cui era importante comunicare (anche) con il cinema. Ovvero: che il suo cinema era pensato e girato tenendo sempre scolpita nella mente la necessità del senso di ogni battuta, di ogni scena, di ogni immagine, di ogni storia.

AVANGUARDIA E TRADIZIONE 

Ha vissuto il mestiere del regista con la totalità di chi era disposto a regalare alla magia dello schermo tutto di sé, per questo è un Autore. E in molti suoi film ha saputo legare l’avanguardia – la sua, quella rabbiosa e cinefila diventata maggiorenne nei ’60, infervorata di politica e poesia, di rinnovamento delle forme narrative e dell’impegno civile e artistico – alla Grande Tradizione del racconto europeo. Da Pasolini al neo-neorealismo (La commare secca), da Stendhal alla Nouvelle Vague (Prima della rivoluzione), da Borges alla rivisitazione della Resistenza (Strategia del ragno), dal teatro d’avanguardia all’introspezione (Partner), da Moravia al prezioso formalismo di simmetrie e colori (Il conformista), dalla pittura di Bacon alla ballata di sesso e morte (Ultimo tango a Parigi), da Verdi alla storia della marcia del proletariato e dalla mega produzione hollywoodiana ai piani sequenza alla Jancsó (Novecento). Fu una generazione sconfinata (senza confini), in cui il filmaker americano era fratello del giapponese e l’italiano contiguo al sudamericano, il francese al boemo e al polacco, che assorbiva cinema e viveva di polemiche all’ultimo sangue, e sognava di cambiare il mondo con una carrellata della macchina da presa.

UN MAESTRO

Abbiamo amato quel Bernardo Bertolucci sino alla venerazione; la leggerezza non gli apparteneva, ma la sua passione ci appassionava, la voglia di mescolare i più disparati riferimenti artistici e culturali con l’ariosità del grande cinema non stereotipato ne ha fatto per le generazioni di spettatori che lo hanno seguito un Maestro. E anche dopo, quando il riflusso ha spezzato e spazzato quelli che credevano che il mondo si potesse cambiare con un film, Bertolucci ha provato a non piegarsi, anche se il suo cinema si è fatto non necessario e urgente, magari stimabile ma, prima nascostamente poi sempre più evidentemente, fuori sincrono coi suoi tempi.

IL SUCCESSO INTERNAZIONALE

E se La tragedia di un uomo ridicolo resta quasi un capolavoro e La luna un indigesto malloppo, con L’ultimo imperatore coglie, così calibrato e “dentro” all’ideologia della super-produzione (proprio come Novecento al contrario ne fu la critica e il sabotaggio dall’interno), un successo commerciale e medagliato sino al travisamento (Oscar alla regia, unico italiano ad averlo vinto). E forse da lì prese il via un Bertolucci mostro sacro, magari colto e di meravigliosa sapienza tecnica ma che piacque meno (Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, Io ballo da sola, il nostalgico The Dreamers caricato a salve), salvo alcuni gioiellini quasi intimi e da camera (L’assedio, Io e te: girati quando era ormai ridotto su una sedia a rotelle). Gli anni insomma dei grandi riconoscimenti internazionali, la Stella sulla Hollywood Walk of Fame, il Leone d’Oro alla carriera, la Palma d’oro onoraria, quelli del grande avvenire dietro le spalle. Noi però continuiamo ad amare e a preferire il Bernardo Bertolucci non riconciliato, l’intellettuale garbato e organico che si arrovellava a tenere insieme la propria profonda e raffinata cultura, il proprio io non proprio semplicissimo, con la volontà di creare un immaginario il più possibile collettivo, pubblico, politico, civile.