Captain Marvel, la prima volta da supereroina di Brie Larson: “Voglio fare l’attrice, non la celebrity”

Captain Marvel

Quante persone le hanno recitato la poesia di Walt Whitman, “O capitano! Mio capitano!”, quella che era nel film L’attimo fuggente? «Ho smesso di contarle dopo la centesima…», dice Brie Larson, che al ruolo di Captain Marvel ha pensato a lungo.

Ma è vero che ha rifiutato il film a lungo?
Non vorrei essere fraintesa: l’offerta rappresentava una grossa opportunità e un enorme onore. Ma avevo un sacco di riserve. Sono un’introversa e il problema non era tanto girare il film, quanto le sue conseguenze, il bagaglio che si portava appresso. Temevo che avrebbe calamitato troppa attenzione, e io ho sempre preferito non solo scomparire nei personaggi durante i film, ma anche poi eclissarmi una volta finiti. Ho scelto il mestiere dell’attrice, ma non sceglierei mai quello della celebrity.

Sul set quale è stato l’aspetto più difficile?
La parte fisica. Un training cominciato con nove mesi di anticipo, ore lunghissime, infinite. Per rispetto alle mie due incredibili stuntwomen, Joanna Bennet e Renae Moneymaker, ho cercato di fare più stunt possibili anche io, per non screditare il loro lavoro. Ma spesso è stato come girare due film in uno, perché l’attenzione era sempre focalizzata a trovare il centro emotivo. È stato molto estremo, giorni in cui la mattina era dedicata a lunghe sequenze in cui prendevo a pugni e a calci gli alieni, e poi, dopo pranzo, cambiavo costume e avevo scene molto intime, piene di pianti, come sull’orlo di un esaurimento nervoso. È stata una continua doccia scozzese, corpo/mente, fino alla fine, quando finalmente ho potuto dormire bene, perché avevo la coscienza a posto: non avrei obiettivamente potuto dare di più.

 

 

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Di Carol Danvers che ne pensa?
Potrei esserle amica. È sincera, onesta, potente, ma ha anche molte debolezze. E fa un sacco di errori. Questa è la vita, non essere dura come una padella di Teflon, né cercare di essere perfetta. È una cosa che noi donne conosciamo bene, e soffriamo.

Fare Unicorn Store, il suo primo film da regista, come ha cambiato percezione e prospettiva del suo lavoro?
Mi ha aiutato a capire soprattutto il processo di post produzione: ora conosco anche il prezzo di ogni singolo attrezzo, e il ruolo di ogni persona del cast. Ho avuto la conferma che fare film è un lavoro di squadra.

Com’è stato ritrovarsi con Samuel L. Jackson?
Io lo chiamo “sensei”. Non dà mai consigli, ma non per disinteresse. L’ultimo giorno di lavorazione ci stavamo struccando e mi fa: “E allora, cosa abbiamo imparato da questo
film?”. E mi sono resa conto che mi aveva osservato per tutto il tempo, senza dirmi niente, a meno che non glielo chiedessi…

Dopo aver vinto l’Oscar lei ha fatto molti film d’azione, Kong: Skull Island, Free Fire e ora Captain Marvel. Coincidenza o scelta conscia?
Vorrei che fossi così organizzata mentalmente… Ma per molto tempo la mia carriera è stata solo trovare lavori, poi quando ho potuto scegliere, ogni volta mi sono innamorata di un film, come ci si innamora di una persona. Non sai mai bene perché. Ma né i soldi né la convenienza hanno mai influito sulle mie scelte.

Marco Giovannini