Il compositore: Lele Marchitelli

Dalle prime colonne sonore negli anni Ottanta a The Young Pope, tra Sorrentino e Verdone: il musicista romano celebra trent’anni di carriera  

Un viaggio lungo trent’anni, un percorso iniziato quasi per caso nel 1987 quando, nel giro di pochi mesi, si ritrovò a firmare addirittura due colonne sonore: quella per Spettri di Marcello Avallone e poi quella de Il grande Blek, debutto di Giuseppe Piccioni. «E ancora oggi mi arriva qualche dollaro di SIAE per Spettri, addirittura dalla Corea», ricorda Lele Marchitelli ridendo, «mentre quello di Piccioni fu un inizio per tre: per me, per lui e per Domenico Procacci, che iniziò da quel film a produrre». Classe 1955, Marchitelli celebra ora i trent’anni di carriera proprio mentre il 18 maggio arriva in Dvd e Blu-ray la prima stagione di The Young Pope, e lui è alle prese con i nuovi progetti di Paolo Sorrentino – la seconda stagione della serie e il nuovo film su Silvio Berlusconi – in attesa di partire per Parigi dove a giugno suonerà una serie di brani tratti dal suo repertorio accompagnato dall’Orchestre National d’Île-de-France. «Un bel modo per celebrare la ricorrenza, sto scegliendo le composizioni da portare. Ma se penso che sono già passati trent’anni mi fa un certo effetto…».

Ma quando registrò Spettri, nel 1987, se l’aspettava un viaggio tanto lungo?

«No, certo che no. Io arrivavo dalla pubblicità e quella colonna sonora – che nemmeno esiste, tra l’altro – la registrai assieme a un grande amico come Danilo Rea. Un giorno e mezzo di prove, a Torino. Fu un lavoro pazzesco».

Trent’anni di musica da cinema. Meglio ieri o oggi?

«Il problema oggi sono i budget ridicoli che si hanno e la poca considerazione in cui vengono tenuti i musicisti, che a volte vengono chiamati a scrivere le musiche poche settimane prima dell’uscita del film. Le racconto un aneddoto».

Dica.

«L’anno scorso mi contatta via Skype un regista americano, Jeff Malmberg, per scrivere le musiche di un suo documentario, Spettacolo (una scena nella foto sopra, nda). Accetto, ma mi dice che il margine del budget non è molto ampio. Già immagino come andrà finire. E invece scopro che pagavano più di quanto pagano in Italia per firmare la colonna sonora di un film».

Com’è il suo rapporto con Sorrentino?

«Ottimo, perché siamo simili: ci piacciono le cose controintuitive. Ovvero? Lo spettatore si aspetta una cosa e invece tu gliene dai un’altra. Ed è giusto che sia così, perché in un’immagine hai già attori, costumi, luci, parole. La musica deve dire altro, non riaffermare nuovamente quello che già c’è. Martin Scorsese è il maestro di queste cose. Un esempio?».

Sì, grazie.

«The Wolf of Wall Street, scena del naufragio. Leonardo DiCaprio disperato, fuori c’è la tempesta, e in quel momento che canzone parte?  Gloria di Umberto Tozzi. Chi mai se lo sarebbe aspettato un pezzo così? Però funziona, perché dice altro rispetto a quello che c’è…».

Ma lei come fa a muoversi in mezzo alle decine di canzoni che Sorrentino mette ovunque? 

«Non è difficile perché ci conosciamo bene, so sempre prima cosa metterà e dove. Paolo sceglie le canzoni già in fase di sceneggiatura, sa già cosa si ascolterà in una scena o nell’altra. Poi arriva il mio lavoro, che nella maggior parte dei casi viene scritto prima delle immagini. La musica la concepisco partendo solo dalle parole che ho nella sceneggiatura».

Ma l’ha vista poi The Young Pope

«Ci mancherebbe, certo che sì. Ma è difficile riuscire a guardarla da spettatore, avendola osservata e analizzata da tutti i punti di vista. Impossibile essere vergini davanti alla visione finale. Anche con La grande bellezza fu la stessa cosa».

La colonna sonora di The Young Pope è piaciuta molto in America…

«Mi hanno fatto i complimenti in tanti dagli Stati Uniti, poi mi ha cercato la Varѐse Sarabande, un’etichetta leggendaria per chi ama la musica da cinema. Volevano ristampare il mio score di The Young Pope per il mercato americano. Sarebbe stato un onore e anche una cosa prestigiosa per la scena italiana…».

E invece?

«E invece la Warner Music Italia, che detiene i diritti, non ha accettato. E ci sono rimasto male…».

E adesso sta cominciando a lavorare sui nuovi progetti di Sorrentino. Qual è il momento migliore per un compositore?

«Questo, precisamente. Un momento di gioia assoluto perché è come avere una lavagna completamente libera, vuota. Non hai limiti, puoi immaginare quello che vuoi, puoi creare come vuoi. Sei libero».

Chi sono i suoi autori preferiti?

«Thomas Newman, senza dubbio. La prima volta che ascoltai lo score di American Beauty fu un colpo. E poi i maestri, Nino Rota su tutti. Cose recenti? Mica Levi, sia le musiche di Under The Skin che di Jackie erano molto interessanti».

Tra poco uscirà anche una versione deluxe per il ventennale del suo score di Sono pazzo di Iris Blond di Carlo Verdone. Che ricordo ne ha?

«Bellissimo. Carlo mi cercò perché aveva bisogno non solo di una colonna sonora, ma soprattutto di canzoni. Il film raccontava la storia di un duo e lui aveva bisogno di brani originali. Fu divertente andare in studio con lui e Claudia (Gerini, nda) e fu tutto davvero molto semplice…».

Andrea Morandi