Creed II, il sequel acquista spessore e consacra la leggenda di Rocky

Creed II

Creed II, Usa, 2018 Regia Steven Caple Jr. Interpreti Sylvester Stallone, Michael B. Jordan, Tessa Thompson Distribuzione Warner Bros. Durata 2h e 10′

In sala dal 24 gennaio

LA STORIA – L’incontro di boxe tra il campione del mondo in carica Adonis Creed e Viktor Drago non è un match qualunque. Troppe storie brutte porta con sé. Il padre di Viktor, Ivan, massacrò sino alla morte il padre di Adonis, il celebre Apollo Creed, prima di venir umiliato a casa sua proprio da Rocky Balboa, che di Adonis è trainer, protettore e amico. Ora Ivan che a seguito di quella sconfitta perse tutto, prestigio, soldi, la moglie, vuole vendicarsi attraverso il figlio, gigantesco e fighter feroce. Invano Rocky consiglia Adonis di non accettare: “Uno che non ha niente da perdere è pericoloso!”. Perché il campione afroamericano al contrario ha molto da perdere. Come la leadership sportiva e la serenità del rapporto con la fresca moglie, Bianca, ispirata cantante soul a dispetto della sua sordità, che a breve gli darà un bambino. Ma l’incontro si farà (“Combatterò perché uccisero mio padre”) e sarà uno scontro sanguinosissimo “andata e ritorno”.

L’OPINIONE – Sospirone di sollievo. Si temeva il peggio dal sequel del sequel della saga di Rocky, dopo l’imprevedibilmente ottimo e persino delicato Creed del 2015. Cambio di regista (dal geniale Ryan Cogler passato a creare Black Panther a Steven Caple jr. che si era fatto notare con The Land, 2016), soggetto che sapeva di “ruffianata” (Stallone su instagram ipotizzò: perchè non fare un film su Adonis Creed e Drago che si sfidano?). Invece, dati per scontati il tasso di adrenalina e di chiassosa violenza dei match di pugilato (che sia chiaro, non esistono così “in natura”, con i cazzotti che paiono mattonate su manzi indifesi: nella vita reale combattimenti simili non durerebbero più di due round) e tollerata la “tamarraggine” di certe situazioni che piacciono al pubblico USA, come le dita inanellate e il terrificante smalto sulle unghie aguzze di Bianca o lei che canta trasognata mentre il marito sta per salire sul ring, Creed II trova al contrario spessore e rilievo artistico proprio in quelle che sulla carta potevano essere le parti più scontate e loffie.

La psicologia dei personaggi è ben disegnata, le atmosfere sanno trasmettere anche un senso di precarietà e di vuoto quasi da produzione indipendente e intelligente, soprattutto sanno sottolineare la contrapposizione tra l’artefatto gonfiato della spettacolarizzazione mediatica e il nucleo vitale che motiva combattenti e vicini. Ivan Drago (Lundgren) non è solo un colosso invelenito dal rancore, il figlio (Florian Munteanu, autentico atleta) non è solo – si intuisce – una bestia spaccaossa (lo vediamo anche quando rivede la madre fedifraga, con la statuaria Brigitte Nielsen in partecipazione cameo), Adonis (Jordan) vive turbamenti e indecisioni da uomo contemporaneo. E poi c’è lui, Rocky/Stallone che sia pure in posizione defilata supervisiona le sorti del dramma sportivo, dandogli un senso e una dignità persino superiori.

Ancor più lento e apparentemente timido (si osservi la finezza recitativa delle sue esitazioni!) di quando trionfava sul ring, Rocky è un anziano appesantito dai colpi della vita ma non ancora sconfitto. Solo (per sua scelta) ma non solitario, parla alla moglie sepolta come John Wayne in I cavalieri del Nord Ovest (rispettando la staffetta tra i miti true americans), dispensa con voce piana saggi consigli al suo protetto: “Sei qui per provare qualcosa agli altri o qualcosa a te stesso?”. E quando, alla fine, si allontana dal ring e risuona in sottofondo il tema musicale (al piano) del suo primo capitolo, ci rendiamo conto che aldilà della elementarità della saga in otto puntate (primo capitolo escluso, che era notevole!), Rocky è un personaggio degno di stare nell’Olimpo delle leggende (pulp o pop fate voi) contemporanee.