DUEL

Lo ammise lo stesso Steven Spielberg: «Se non avessi avuto la possibilità di girare Duel? La mia carriera sarebbe stata molto diversa». E noi, probabilmente, avremmo dovuto aspettare qualche anno, ma è indubbio che grazie a questo film al futuro regista di E.T. si spalancarono le porte di Hollywood.

Spielberg però era già un enfant prodige: a undici anni aveva girato filmini in Super 8 e a soli ventuno, grazie al primo cortometraggio Amblin – da cui poi prese il nome la sua casa di produzione – era stato messo sotto contratto dalla Universal. Questo significava cominciare dal settore televisivo della casa di produzione, affrontando non poche difficoltà, visto che in tv comandavano autori e registi ultracinquantenni. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, Spielberg diresse alcuni episodi delle serie Night Gallery, con Joan Crawford, Marcus Welby e soprattutto l’episodio pilota di Colombo. E proprio dopo aver visto questo episodio il boss dell’Universal, George Eckstein, affidò Duel al regista per l’appuntamento serale della ABC Movie of the Week, ordinandogli di terminarlo in dieci giorni.

Lo spunto l’offrì l’omonimo romanzo breve di Richard Matheson – autore di libri da cui poi vennero tratti Io sono leggenda, Al di là dei sogni e Real Steel – pubblicato su Playboy e scoperto dalla segretaria di Spielberg, Nona Tyson. I protagonisti erano due: il commesso viaggiatore David Mann (Dennis Weaver), in giro per lavoro con la sua rossa Plymouth Valiant, e una gigantesca autocisterna che ingaggia con lui un inseguimento mortale. Sì lei, piuttosto che il suo conducente, di cui si vedono solo la mano e gli stivali, perché è il camion che sembra avere una personalità propria. Spielberg fece una lunga selezione prima di trovare il mezzo giusto, un Peterbilt 281 del 1955, che per la sua struttura ricordava un volto, con il naso formato dal vano motore e due occhi composti dai finestrini. Sul paraurti invece ecco esposte le targhe di tutti gli automezzi distrutti, quasi fossero le tacche sulla pistola di un bounty killer.

Come protagonista l’unica scelta era Dennis Weaver,che Spielberg aveva apprezzato nel ruolo del portiere di un motel ne L’infernale Quinlan di Orson Welles. Per sua fortuna Weaver, stella della tv, era libero in quel periodo e accettò la proposta. Il problema più spinoso restava non sforare i dieci giorni, specialmente perché Spielberg aveva deciso di girare in esterni. L’impresa pareva proibitiva, ma grazie ai consigli di uno dei direttori di produzione e alla concentrazione delle riprese di raccordo in una sola giornata, alla fine la lavorazione durò solo tredici giorni e il montaggio pochissimo perché affidato a ben cinque editor. Vennero utilizzate sino a sette macchine da presa, con obbiettivi corti, tra i 35 e i 50 mm, ma gli effetti più efficaci furono ottenuti con la camera car guidata da Pat Eustis e usata in precedenza per Bullitt con Steve McQueen.

Spielberg passò la maggior parte del tempo a bordo della camera car, lasciando ai collaboratori il controllo delle altre macchine. Ciò fu reso dall’alto dei luoghi, in cui era indicato ogni movimento. Non sempre l’autocisterna riusciva ad andare ad alta velocità, nonostante a guidarla ci fosse uno dei più esperti stuntman del momento, Carey Laftin, e così Spielberg decise di riprenderla dal basso, inquadrandola contro la montagna, per dare la sensazione che aumentasse minacciosamente il passo. In questa epoca di effetti speciali sofisticati, la scelta può sembrare banale, eppure fa capire come Spielberg, da sempre, abbia cercato di trovare soluzioni narrative con quello che aveva a disposizione.

Una delle scene più emozionanti di Duel – quando Weaver telefona dalla cabina di una stazione di servizio e l’autocisterna piomba su di lui a tutta velocità – fu girata in una sola ripresa, così come quella finale in cui, dopo aver vagliato tutte le sette inquadrature  a disposizione, Spielberg scelse solo quella migliore. In questa scena il rumore prodotto dal camion diventa quasi il ruggito di un dinosauro: lo stesso suono è stato utilizzato nel finale de Lo squalo quattro anni dopo. Prodotto per la tv, Duel vinse un Emmy per il sonoro nel 1972 e uscì invece in sala all’estero (fu premiato ad Avoriaz e Taormina) e perciò vennero aggiunte delle scene, portando la durata da 73 a 90 minuti. Non tutto è perfetto: ad esempio Spielberg era così concentrato sul set e non riguardava i giornalieri, che lo si può notare riflesso nel vetro della cabina telefonica mentre legge il copione, ma sono piccoli peccati del primo capolavoro di uno dei più grandi registi di ogni tempo.