“GRAFFITI A NEW YORK” DI FRANCESCO MAZZA ARRIVA SU SKY

DI STEFANO LUSARDI

Il regista milanese racconta la storia alternativa della Grande Mela fra arte di strada, ribellione giovanile e vagoni della metropolitana. Con una guida d’eccezione: Federico Buffa

UN MILANESE A NEW YORK

Graffiti a New York
Francesco Mazza e Federico Buffa sull’East River a New York

C’è un’altra New York nascosta fra le strade della Grande Mela. Non è solo un percorso parallelo per conoscerla e comprenderla meglio, ma proprio un’altra storia della città, e più in generale dell’America, alternativa a quella ufficiale.Â È appunto questo senso di viaggio – al contempo storico, artistico, sociale, politico – alla scoperta di una realtà alternativa di là dello specchio che rende particolarmente affascinante e coinvolgente Graffiti a New York, il documentario sulla street art newyorkese scritto e diretto da Francesco Mazza, che Sky Arte ha prodotto e manda in onda questo venerdì sera. Costruito a capitoli, ognuno dei quali racchiude un’epoca, e perciò con una struttura volutamente letteraria – non a caso la presenza-guida è quella di Federico Buffa, giornalista sportivo, ma soprattutto novellatore di mitologie sportive, sul modello del grande Osvaldo Soriano – Graffiti a New York inizia nel 1969 con l’improvvisa fama del primo writers, che con la sua firma “marca” un territorio e proclama la propria identità, e arriva fino alla fine degli Anni Ottanta, quando, dopo una lunga lotta, l’amministrazione riesce a cancellare l’arte ripulendo tutti i vagoni della metropolitana, ma ormai il “visus graffiti” si è diffuso nel mondo, diventando un modello di arte e di rivolta giovanile.

Francesco Mazza
Francesco Mazza durante l’intervista con T-Kid

Lungo il percorso si racconta come il deposito dei treni della metropolitana si trasformi in un atelier conquistato dai writers, come la firma si trasformi in decorazione sempre più complessa e colorata, e quanto resti conflittuale e deludente il rapporto fra arte “di strada” e arte ufficiale, mentre si susseguono le voci dei protagonisti fra orgoglio e nostalgia, e si elencano  documentari e libri che hanno saputo scoprirla e raccontarla, a partire da quello, a metà anni ’70, con le foto scattate da Jon Naar e la prefazione di Norman Mailer. Graffiti a New York rappresenta per Francesco Mazza la prima collaborazione con Sky, «nata grazie all’amicizia con Federico Buffa », precisa il regista, «che è stato il mio idolo per anni e che poi ho avuto non solo la fortuna di conoscere, ma anche di avere come prezioso compagno di lavoro ». La tematica scelta per il suo debutto come documentarista non è certo casuale: «Sono cresciuto nella Milano degli anni ‘90 », racconta Mazza, «un incubatore culturale unico e irripetibile, purtroppo sconosciuto ai più. I graffiti erano parte integrante  del paesaggio del mio quartiere, Lambrate, e io finii con l’appassionarmi. Se per i miei compagni di scuola gli idoli erano quelli della musica pop, per me erano i graffiti writers dell’epoca. Questo documentario è il frutto di una passione quasi ventennale ». Trentatreenne, laureato in Scienze della Comunicazione, per nove anni autore di Striscia la notizia, Mazza vive da tre anni a New York, dove si è diplomato in regia alla New York Film Academy, sotto la guida di Amos Poe, uno dei più importanti autori del cinema indipendente americano.

Francesco Mazza
Mazza con il premio per il miglior cortometraggio vinto dal suo corto Frankie al Festival di Oaxaca in Messico

Graffiti a New York, come lo spettatore potrà constatare, non è un’opera su commissione né  un elegante documentario atristico-didattico, ma un film profondamente personale, un vero atto d’amore per una forma d’arte e una riflessione politica e culturale sull’America. Â«È stato come costruire un ponte artistico ideale fra Milano e New York, il mio passato e il mio presente. Scrivere e girare questo film ha significato scoprire e riscoprire la città da un punto di vista completamente diverso, farla finalmente mia, come fosse una storia nella Storia. E passare dalla teoria alla prassi: ovvero dalla cinquantina di libri sul tema che possiedo, alle interviste emozionanti con artisti leggendari come T-Kid , Sharp o Lady Pink ». Se dunque Graffiti a New York resta parte integrante della sua filmografia d’autore, Mazza continua ad occuparsi del presente e del possibile futuro della sua “principale creatura”: Frankie, il suo cortometraggio-tesi di laurea, di cui è sceneggiatore con il suo maestro Amos Poe, regista e anche protagonista, e che gli sta dando notevoli soddisfazioni. Dopo un’anteprima allo Short Corner del Festival di Cannes, Frankie è stato presentato in diversi festival, dal Big Apple di New York al Lone Star Film Festival di Dallas, vincendo il premio per il miglior corto (unico italiano fra trenta film in concorso) al festival messicano di Oaxaca. «Oaxaca è organizzato con il Sundance Insitute, e dal Sundace Festival riprende l’attenzione per le produzioni realmente indipendenti », racconta Mazza. «La cosa bella di Oaxaca è che “everybody drinks at the same bar” – tutti bevono allo stesso bar. Al contrario che a Cannes, non ci sono gerarchie o caste o badge di colore diverso. Ho avuto la possibilità di conoscere gente che non avrei mai potuto conoscere altrimenti, per esempio uno degli agenti di Alfonso Cuarón, o il mitologico Franklin Leonard di The Blacklist. Non mi aspettavo questo premio ed è stato ovviamente molto gratificante. Grazie ai giudizi positivi, mi ha anche confermato l’idea che la storia di Frankie non finisce qui ». La nuova tappa del suo personale viaggio americano è infatti riuscire a realizzare la versione lunga del suo corto. Che ha già una sceneggiatura, anche questa scritta in coppia con Amos Poe.