Gunda – La recensione (TFF 38)

Al Torino Film Festival, per la sezione TFFdoc (Fuori Concorso), il documentario di Victor Kossakovsky Gunda, radicale poema per immagini sugli animali di una fattoria

«Volevo mostrare come gli animali comunicano. Se guardi da vicino, Gunda ci parla. Non volevo affogare la sua voce». Parole di Victor Kossakovsky, regista di Gunda, presentato al Torino Film Festival nella sezione TFFdoc (Fuori Concorso), dopo l’anteprima mondiale a Berlino 2020 (e la candidatura agli EFA). E si conferma già uno degli appuntamenti più originali ed emozionanti di questa Torino online: un’immersione estrema nella prospettiva e nell’espressività del mondo animale, a cominciare da Gunda, la scrofa che dà il titolo al film. Ma ci sono anche i suoi piccoli, che nella prima scena la svegliano, con la loro fame di latte e di vita senza compromessi, e che vediamo crescere nel corso del film. E ancora, altri animali di una fattoria, tra i quali lo sguardo del regista (nonché sceneggiatore, montatore, e co-direttore della fotografia) accetta di farsi piccolo, piccolissimo, e minuziosamente sensibile. Così da ritagliare altri (veri e propri) personaggi, come la gallina che cammina con una gamba sola o la mucca che si muove “fuori dal coro”.

In una Torino che ha puntato come non mai sul pluralismo, Gunda rappresenta al massimo grado l’alterità forse più radicale e complessa, quella del punto di vista animale, in ciò che lo rende dissimile e insieme simile all’umano. Perché in quello specchio imperfetto scopriamo istinti e bisogni che determinano (ancora) noi stessi, dalla lotta per la sopravvivenza al disorientamento per una perdita, passando per la tensione a superare le barriere che limitano il nostro movimento. Per il documentarista russo è il terzo capitolo di una trilogia, iniziata con ¡Vivan las antípodas! (a Venezia 2011) e proseguita con Aquarela (2018), incentrata sulla natura e il nostro rapporto con essa.

Con quest’ultimo capitolo, sottolinea il produttore esecutivo Joaquin Phoenix, Kossakovsky «ha dato vita a una meditazione viscerale sull’esistenza che trascende le normali barriere che separano le specie». Accettando, tra l’altro, la sfida di un film di 90 minuti privo di personaggi (e parole) umani. La presenza dell’uomo si avverte peraltro in alcuni luoghi e momenti chiave della parabola di Gunda e degli altri. Ed è una presenza problematica, portatrice di steccati e violentatrice di percorsi vitali che non siano il proprio. Il regista però non ci chiede di condividere la sua scelta vegetariana, semmai ci esorta a un’empatia con l’ambiente tanto più necessaria nel momento storico del (troppo a lungo rimandato) ripensamento ecologico dell’economia.

Ma il coinvolgimento etico e quello estetico procedono (intrecciandosi) di pari passo. Quello di Gunda, come ha detto Paul Thomas Anderson, è «puro cinema», dove si può anche solo raccogliere l’invito a «fare un bagno» nel flusso ininterrotto di immagini e suoni straordinariamente nitidi, nella trama di corpi e versi animali, musi, creste, occhi, grugniti, cinguettii, ronzii, alberi dalle forme che paiono riassumere trame secolari. Ci si lascia coinvolgere e proficuamente destabilizzare dal poema animale che è Gunda: poema ora lirico, quando uno dei maialini si sporge per bere l’acqua della pioggia, ora epico, con i passi lenti delle galline sul terreno che sembrano quelli di un gigante primordiale.

Dove il movimento è sempre duplice: perché non soltanto si cala mimeticamente la macchina cinematografica nella materia visiva e sonora animale, ma si conferisce a quest’ultima (trasfigurandola) un’inedita dignità formale. Merito tra le altre cose di un bianco e nero più reale e sfumato della realtà a colori, che ci porta al grado zero della nostra coscienza anche filmica. Per farci uscire dalla visione senza il peso di alcuna retorica astratta, ma un po’ più consapevoli della meravigliosa, e non del tutto afferrabile, varietà e profondità del mondo che abbiamo intorno.

Voto: ****

Di Emanuele Bucci