ICH SEH ICH SEH (GOODNIGHT MOMMY)

Austria, 2014 Regia Veronica Franz, Severin Fiala Sceneggiatura Veronica Franz, Severin Fiala Interpreti Susanne Wuest, Elias Schwarz, Lucas Schwarz Produzione Ulrich Seidl Durata 1h e 39′

 

Chi si aspettava che sugli schermi in qualche modo “ufficiali” di Venezia sbarcasse quest’anno, e in gran spolvero, il torture porno, con Ich Seh, Ich Seh (Goodnight Mommy)? Ovvero, per chi se lo fosse perso e negli ultimi anni si sia tenuto lontano da Saw, Hostel e figli e figliastri vari, quel genere figlio dell’horror – da sempre terreno privilegiato per le riflessioni teoriche sull’attualità mascherate da racconto più o meno fantastico e riflesse in uno specchio oscuro – del Nuovo Millennio che guardava da vicino alla crudeltà del dolore per smascherare la banalità del Male e la sfumata essenza dei confini etici fra Bene e Male, alla luce del terrorismo islamico: nato a ridosso dell’11 settembre, esportato dall’America, travisato e distorto dalle cinematografie un po’ di tutto il mondo, e alla fine negli ultimi due tre anni sfilacciato e lasciato moribondo sulle rive di un cinema preda di un’isteria da cinecomics, sequel e reboot. E tanto per capirci: in sala, alla proiezione del film, persino la regista Veronica Franz, che ha firmato l’opera insieme a Severin Fiala, ha dovuto di tanto in tanto coprirsi gli occhi di fronte alle efferatezze mostrate nella storia. Che è presto detta: due gemelli di otto anni accolgono in casa la madre con il viso fasciato, perché ha appena subito un’operazione di chirurgia estetica. Purtroppo, prima la maschera protettiva, poi il cambiamento delle sue fattezze non convincono i bambini, che iniziano una surreale (all’inizio), poi via via sempre più serrata e materica, “caccia” alla verità: dov’è la loro vera madre? Chi ne ha preso il posto? Le risposte non saranno assolutamente quelle che sembrano, portando lo spettatore in territori cinematografici inattesi. Diciamolo subito sgombrando il campo da possibili fraintendimenti: non c’è niente in Ich Seh Ich Seh che a livello narrativo potrà stupire, nessuna svolta inaspettata (dopo quindici minuti si capisce dove il mistero voglia andare a parare), nessun sesto senso che rovescerà la prospettiva di quanto visto. Qua ci troviamo difronte a un film costruito non tanto sulla trama, ma sulle suggestioni nella prima parte, e nella seconda sul valore semantico e teoretico della ricerca dell’identità. Tanto più affannosa quando a compierla è un bambino, che strada facendo perderà la sua innocenza e che già di suo fa fatica a tenere il passo con i dolori della crescita affrontando una realtà che fra mille spigoli non dà nessun punto fermo. In questo modo, le domande da mistery dell’inizio si trasformano lentamente: cos’è l’identità? Da cosa è data? Quali sono le coordinate con cui si può decodificare la reale conoscenza dell’altro da sé? E cosa è reale, cosa no? Da questi punti interrogativi Franz e Fiala costruiscono un film a tesi che, come nella migliore tradizione, “usa” il genere per parlare d’altro: certo, loro l’horror, anzi, il torture porno lo usano a dosi massicce, e la povera Susanne Wuest proverà sulla sua pelle dolori inimmaginabili fino ad un confronto finale dove solo la catarsi del fuoco potrà placare la ricerca dei protagonisti. Ich Seh, Ich Seh è uno di quei film scandalo che non può mancare in nessun Festival che si rispetti, e complici i film di Venezia.70 (tra cui ci piace ricordare almeno lo splendidamente oscuro The Sacrament, di Ti West, prodotto proprio dal Roth di Hostel) sdogana definitivamente l’horror come terreno fertile di brividi cinefili, e soprattutto genere degno e capace di rivitalizzare schermi certe volte troppo spenti, pure che sia per una sola settimana, un solo giorno, una sola proiezione. Ma avercene, di scosse così.

Gianlorenzo Franzì