“IL CLUB”: LA RECENSIONE!

El Club, Cile, 2015 Regia Pablo Larraín Interpreti Alfredo Castro, Antonia Zegers, Roberto Farias, Jaime Vadell Sceneggiatura Pablo Larraín, Guillermo Calderón, Daniel Villalobos Produzione Fabula Distribuzione Bolero Film Durata 1h e 38′

In sala dal 25 febbraio

Una casa sul mare in un paesino del Cile; quattro sacerdoti e una suora vi vivono in coabitazione coatta. In effetti si tratta di persone macchiatesi di vari tipi di crimini che la Chiesa ha ritenuto opportuno sottrarre al mondo per evitar loro un imbarazzante pubblico processo. Il gruppo vive così in una sorta di limbo, facendo scorrere i giorni allevando un levriero da corsa. L’arrivo di un quinto prete romperà gli equilibri. Perché, contemporaneamente, compare uno strano vagabondo che, con voce tonante e lamentosa, comincia ad elencare per strada gli abusi sessuali che ha dovuto subire. L’ultimo arrivato subito si spara e un gesuita inviato dalle autorità ecclesiastiche dovrà indagare e decidere della sorte del centro-prigione.

Se le coincidenze della distribuzione hanno avvicinato Il club a Il caso Spotlight, aldilà di certe affinità di tema i film si differenziano in modi e tensioni assai diverse. Nel primo al centro del mirino non vi è lo scandalo nascosto, ma come attivare il senso di un pentimento che evidentemente nei cinque (chi pervertito sessuale, chi complice delle torture di Pinochet, chi commerciante di bambini) latita. E l’ossessivo, maniacale, antipatico Sandokan (proprio così!) che elenca come un mantra quel che ha dovuto subire, sarà la miccia per innescare la drammatica escalation che porterà alla deflagrazione del dramma. La cinematografia cilena post dittatura si conferma vivace, capace di mordere la realtà e il proprio passato senza fare sconti o rimozioni pietose o convenienti. Questo grazie soprattutto a Pablo Larraín che, dopo la premiata e formidabile trilogia politica di Tony Manero, Post-Mortem e No, prosegue a incidere nelle carni malate del rimosso della sua patria. Con la cinepresa “sporca” addosso agli interpreti (impeccabilmente autentici), senza nascondere e senza indulgere spettacolarmente sulla violenza e la sgradevolezza di molti momenti, Larraín – Orso d’Argento a Berlino, più riconoscimenti al Chicago Film festival e al festival di Mar del Plata, più Fenix, che sono gli Oscar del cinema latino-americano, a film, regista, sceneggiatore e all’attore Alfredo Castro –   anima uno psicodramma a vari livelli di lettura, un compresso e compatto horror dello spirito.