Il traditore: conquista il biopic di Bellocchio. Pierfrancesco Favino è un Buscetta mimetico

Italia, 2019 Regia Marco Bellocchio Interpreti Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi Distribuzione 01 Distribution Durata 2h e 28′

Al cinema dal 23 maggio 2019

IL FATTO – Storia e destino di Tommaso – anzi: Masino – Buscetta, l’uomo che mise in ginocchio la Mafia. «Non sono un pentito. Non sono uno spione. Non sono un infame. Sono pronto a pagare il mio debito con la giustizia», così uno dei più importanti criminali affiliati a Cosa Nostra (così si chiamano tra di loro) permette a Giovanni Falcone di riempire con le sue rivelazioni oltre 400 pagine di documenti di accusa. Perché la guerra che i Corleonesi di Totò Riina e Pippo Calò hanno mosso ai “vecchi” Palermitani, ha provocato ammazzamenti, terrori, atrocità, e l’amico ha massacrato i figli dell’amico e i parenti, anche quelli più lontani, non sono stati risparmiati. Una faida atroce che ha travolto anche i familiari di Masino, nonostante viva ormai in Brasile da anni con la terza moglie e gli ultimi figli e che lo spinge a vendicarsi con la sua verità. Arrestato, tradotto in Italia, comincia a parlare e al Maxiprocesso (assieme a Totuccio Contorno) contribuirà a denunciare 475 persone, facendone condannare 346. Ma poi ci sarà la strage di Capaci con la morte di Falcone e Masino Buscetta tornerà in Italia dagli Stati Uniti, dove viveva con la famiglia, per cercare di inchiodare Andreotti, sotto processo come mandante di alcuni omicidi. Si rivelerà un grosso errore, almeno per lui.

L’OPINIONE – La predilezione per il melodramma, per l’isterico-grottesco, per la cura puntuta della fotografia in cui luce e ombra creano vaporosi chiaroscuri (una magia tecnica di Vladan Radovic), si combinano con il cinema “storico” di denuncia civile, con un occhio alla distribuzione internazionale e uno a Gomorra. Concentrato sulla drammatizzazione dei fatti, con poche concessioni a divagazioni (solo gli incubi realistici che assediano Buscetta) e molto alla stilizzazione dei personaggi tutti personalizzati (quasi una firma poetica dell’autore), Il traditore è un biopic estremamente solido, lucido nella esposizione e nella condanna morale (per farsi capire meglio: a un certo punto l’immagine di una iena irrequieta in gabbia si alterna ai pendagli da forca, Riina in primis, che misurano, camminando in circolo perpetuo, le dimensioni della loro cella) che trova il suo apice nello spettacolo (teatro nel teatro) del Maxiprocesso, quasi allucinante nel clima e nelle manifestazioni, grottescamente folcloristiche, dei mafiosi alla sbarra (cose peraltro tutte vere), le facce deformate, le intemperanze più assurde e intemerate, un caos sonoro cui si contrappone la determinazione del loro ex compare, ora implacabile accusatore.

Una ricostruzione emozionante nella sua orchestrazione, il climax del film, il cui unico difetto sta nel capitare molto prima del finale. Quel che succede dopo sembra in effetti un allungamento, magari necessario, ma molto dilatato: la paura senza fine di Buscetta, l’inquietudine della sua vita americana sempre sul punto di venir colpita dalla vendetta della mafia («lasciatemi cantare perché ne sono fiero, io sono un siciliano, un siciliano vero» gli strimpella davanti -e non per caso- in un ristorante un Babbo Natale con chitarra), la sua infausta deposizione contro Andreotti, sequenze che si fanno seguire con progressiva fatica (il film dura oltre due ore e venti).

Straordinario è comunque il lavoro dei e sugli attori. Valga per tutti (citando comunque Lo Cascio, Ferracane e Russo Alesi, più il bel cameo di Bebo Storti) qui evidenziata l’intensità (evidentemente frutto di grande impegno e sforzo) di Pierfrancesco Favino a trovare le corde giuste di un personaggio esecrabile ma con una sua dignità personale. A partire dalla parlata faticosa, che quasi zoppica tra italiano e siciliano, di chi ha vissuto troppo all’estero e le pose del corpo, segno di uno studio mimetico attento, in cerca di una sintesi di segni e significati.

Il Festival di Cannes lo proietta proprio mentre cade l’anniversario della strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992. Giusto per non dimenticare mai.