La Casa di Jack, Lars von Trier supera ogni limite e ci regala un grande Matt Dillon

The House That Jack Built

La Casa di Jack (The House That Jack Built) Danimarca, Francia, Germania, Svezia, 2018 Regia Lars von Trier Interpreti Matt Dillon, Bruno Ganz Distribuzione Videa Durata 2h e 32′

In sala dal 28 febbraio

LA STORIA – Anni ’70, America. In 12 anni, 5 “incidenti” più un epilogo, gesta e apoteosi di Jack, un ingegnere che avrebbe voluto essere un architetto, ma soprattutto un serial killer per cui l’omicidio più efferato è la premessa per la realizzazione di una sua personale opera d’arte. Inizia la sua carriera di Mr. Sophistication (così si ribattezza quando opera) quasi incidentalmente, un cric a spezzare una donna piuttosto petulante, ma poi, evidentemente prendendoci gusto e anche una sorta di coscienza del sé che brilla come il biancore dei negativi (fotografici), si specializza nell’arte dell’assassinio come azione estetica, con sadismo, genialità e spericolatezza, sfidando persino la cattura, quando si accusa davanti a un poliziotto (“io ho ucciso”) e facendola franca. Ma di chi è quella voce che dialoga con lui mentre rivela desideri, pensieri e “ragioni” del suo modus operandi?

L’OPINIONE – Esce con logico divieto ai minori di 18 anni, l’ultima sfida del più radicale dei registi da sala (cioè che trovano distribuzione regolare), un ribaldo e beffardo attentatore alle nostre modalità di fruizione cinematografica. Se con Nymphomaniac aveva sfidato i tabù del sesso (con esiti per noi così così), qui mette il punto di vista della narrazione tra la mente del serial killer e le sue gesta passo passo, cercando non la simpatia ma certamente l’empatizzazione. Perché – si intuisce l’intenzione di von Trier – il serial killer nella sua perversità è come un pittore (il film è costellato di immagini di quadri e c’è persino un tableaux vivant da Delacroix che rimanda al viaggio di Dante all’inferno e non per caso), un pianista (si vedono straordinari inserti di Glenn Gould al piano), un architetto, soprattutto un regista (lui). Del resto nella sua filmografia compare anche un piccolo capitolo girato per Chacun son Cinema, film collettivo e celebrativo per Cannes, intitolato Occupations, in cui alla fine lo stesso Lars, esasperato dalla petulanza idiota di un verboso vicino di poltrona in sala durante la proiezione del suo Manderlay, lo uccide a colpi d’ascia. Cioè, in fondo a cambiare, è l’oggetto della propria passione creativa, non l’urgenza o persino le modalità.

 

Matt Dillon è magnifico in un tour de force: sempre in scena, cavalcando un personaggio egocentrico, ciarliero, a volte ironico, con improvvisi scatti isterici e perdite di self control, con la sua voce roca e profonda (che si perderà nel doppiaggio) e il suo ghigno leggermente storto come un Bruce Springsteen dello schermo. Con lui nomi noti, tra cui Uma Thurman, Jeremy Davies, Sofie Grabol (la detective di Killing, qui preda di caccia) e soprattutto Bruno Ganz, in una delle sue ultime interpretazioni, nel ruolo di un “tutor” speciale di Jack, chiamato Verge (notato il riferimento?), che diventa visibile nell’epilogo – catabasi (ovvero la discesa nell’Ade).

 

 

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Pubblico e critica si sono divisi a Cannes alla proiezione di oltre due ore e mezzo di quello che inizialmente poteva diventare una miniserie tv (come ormai costume, anche stucchevole); hanno scioccato certe scene di sgradevole sadismo (anche se ovviamente è certo che nessun animale e nessun essere umano sia stato in effetti maltrattato). Per noi resta un cineasta da seguire sempre, che punta, con ammirevole e costante senso etico del suo far cinema, a superare ogni volta i limiti delle convenzioni del racconto cinematografico (lo abbiamo adorato in Medea, The Kingdom, Le onde del destino, Dancer in the Dark, Dogville, Antichrist, Melancholia, detestato in qualche altra occasione); un artista dalle intuizioni geniali (anche visive), peraltro più un saggista e un iper-razionale costruttore di forme che non un narratore appassionato dei suoi personaggi sino a perdersi e a farci smarrire magari nel sublime, come sanno fare i massimi maestrI.