La douleur, Emmanuel Finkiel e Mélanie Thierry raccontano un dramma devastante con eleganza e sobrietà

La douleur

La douleur Regia Emmanuel Finkiel Interpreti Melanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Grégoire Leprince-Ringuet Distribuzione Valmyn, Wanted Durata 2h e 7′

In sala dal 17 gennaio

LA STORIA – La scrittrice Marguerite (Duras) rilegge un suo diario (quasi senza riconoscerlo) e rivive quella stagione terribile dal giugno 1944 alla liberazione, con il marito, l’intellettuale Robert Antelme, incarcerato e deportato dalla Gestapo in un campo di sterminio. I giorni passano, l’angoscia cresce, pur di sapere qualcosa accetta di frequentare un potente commissario collaborazionista chiaramente invaghito di lei, Rabier (“Ho fatto in modo che Robert non lo mettano ai lavori forzati” “La tristezza le dona”). I suoi amici partigiani, tra cui Dyonis con cui ha una relazione segreta e sofferta, prima provano a dissuaderla, poi approvano con riserva, pensando che possa essere utile alla causa (“Cerca di mentire meno possibile”). Ma le notizie sono scarse e confuse e anche dopo, con la liberazione di Parigi e i prigionieri francesi iniziano a tornare a casa, l’assenza che si prolunga inciderà sullo stato d’animo sconvolto della Duras.

L’OPINIONE – Pochissime volte è capitato di imbattersi in una tale eleganza e sobrietà di toni nel raccontare un dramma devastante quasi tutto dall’interno degli stati d’animo. Emmanuel Finkiel (Voyages) riesce con mirabile senso dell’equilibrio e della narrazione a renderci partecipi dell’angoscia personale (sino allo stordimento) di uno spirito anche complesso come quello della sublime autrice di Una diga sul Pacifico e L’amante e questo all’interno di una situazione generale del tutto particolare, quasi sospesa tra il dolore della persecuzione nazista, l’abnegazione della resistenza e l’attesa di una liberazione che si percepisce prima che accada realmente. Come ci è riuscito questo cineasta evidentemente ancora tutto da scoprire? Ad esempio con una fotografia che espelle le tinte accese e vivaci, per immergere drammi e personaggi in tonalità algide e tinte pastello, in una messinscena essenziale ma che non trascura nulla (si veda la carrellata che segue il cammino di una Marguerite muta e impossibilitata a partecipare alla gioia della liberazione, mentre dietro di lei Parigi sta riprendendo a vivere!). O con una colonna sonora mai invadente, ma che accompagna sempre la situazione emotiva del momento (canzoni d’epoca, balli, musica colta contemporanea del tempo).

Soprattutto con una performance “mostruosa” della protagonista, Mélanie Thierry (The Zero Theorem), così aderente al personaggio ed espressiva da lasciare senza fiato. Certo, il regista sapeva come aiutarla visto che avevano già lavorato insieme in Non sono un bastardo, ma l’intensità con cui l’attrice ci trasmette lo strazio trattenuto, i momenti di disperazione (quasi liberatori e quasi in contropiede, vedi il pre-finale), l’acutezza dello sguardo dell’intellettuale militante, sono qualcosa di unico e magnifico; così come notevole, tanto più perché in un ruolo ingrato nella sua ambiguità, è la recitazione di Benoit Magimel, nel ruolo del poliziotto collaborazionista. Infatti entrambi sono stati candidati in patria ai Cesar (così come il film), inoltre Le Douleur è stato scelto dalla Francia per rappresentarla ai prossimi Oscar per il film straniero. E se vincesse (Cuaron, Kore-eda, Pawlikowski permettendo) non sarebbe proprio uno scandalo.