L’uomo del labirinto: il nuovo incubo di Donato Carrisi dal gusto cinefilo

Italia, 2019 Regia Donato Carrisi Interpreti Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Luis Gnecco, Vinicio Marchioni, Stefano Rossi Giordani, Riccardo Cicogna, Caterina Shulha Distribuzione Medusa Film Durata 2h e 10′

Al cinema dal 30 ottobre 2019

LA STORIA – A quindici anni dalla misteriosa sparizione, Samantha Andretti viene ritrovata sotto choc in un bosco. Ricoverata, evidentemente ancora sotto sostanze stupefacenti, la giovane donna stenta a ricordare particolari della sua detenzione, stimolata dalle domande del profiler dottor Green, incaricato di studiare il suo caso (“la caccia non è la fuori ma dentro la tua mente. Il resto è un gioco”). Sa solo che si trovava in un labrinto, in mano a un sadico che la costringeva a inquietanti prove con premio.

Nel frattempo, il (molto) malato detective Bruno Genko che 15 anni prima aveva ottenuto l’incarico dai genitori della ragazza di cercarla, sebbene ostacolato dalla polizia conduce indagini personali. Che portano a indizi inquietanti, anzi sconvolgenti: c’è uno psicopatico che agisce con una maschera da coniglio, con luminosi occhi rossi a forma di cuore e un fumetto apparentemente innocuo, ma solo apparentemente.

L’OPINIONE – L’inventivo giallista (di grande successo) Donato Carrisi (che comunque ha solide e precedenti esperienze anche come sceneggiatore tv) si sta rivelando anche regista (delle sue storie) non banale e attento. Da un suo best seller (ed. Longanesi), una storia complicata, molto ben congegnata (al netto della richiesta sospensione dell’incredulità) e da incubo, “arredata” con un notevole gusto cinefilo (e qui vanno estesi i complimenti anche al direttore della fotografia, Federico Masiero e allo scenografo, Tonino Zera).

Carrisi, a differenza della sua prima avventura sul set (La ragazza nella nebbia), qui sceglie volutamente l’ambientazione irrealistica (a partire dai nomi dei personaggi), in una metropoli “tipo”, notturna e decadente, in cui dominano i neon e le strutture surrealistico-grottesche. La mente dello spettatore si riallaccia inevitabilmente alle storie schizo del cinema psycho thriller anni ’70 made in Italy (principalmente Argento, studiato a volte anche nella strategia della costruzione della suspence nella scena), ma si vede che Carrisi ha ben introiettato anche Terry Gilliam (l’archivio delle persone scomparse, l’eccesso dei colori) e Sin City (le corse notturne in macchina in un decor quasi da fumetto). I riferimenti alle deviazioni della mente (“i figli del buio”, le allucinazioni, i momenti da horror) contrastano con una schema da giallo quasi enigmistico, con un enigma non semplice da risolvere.

Dove invece le cose funzionano meno di come preventivato è nella recitazione. Tanto per capirsi: se Hoffman (doppiato) e Servillo (versione macchietta) non deludono con il loro talento affinato da tanti anni di mestiere, anche nella routine, il contorno spesso non è all’altezza, da recitazione da B movie (a volte fa simpatia, a volte spegne la tensione) e qualche stridore di tono.

In ogni caso, una proposta gustosamente diversa all’interno di un panorama italiano, quello della produzione di genere (commedia compresa) quasi sempre uniforme e omologato. Qui invece si respira della sana aria cattiva.