Palme giuste, palme sbagliate: il nostro parere sui premi di Cannes 2019

Bong Joon-Ho (Parasite)

Il thriller sociale Parasite del coreano Bong Joon-ho si aggiudica meritatamente la Palma d’oro della 72esima edizione del Festival di Cannes (Qui –> tutti i premi). Un premio praticamente annunciato per un film molto amato dal pubblico, lodato dalla critica e in arrivo nelle nostre sale con Academy Two.

A dispiacere è però il fatto che neppure questa volta Pedro Almodóvar è riuscito a mettere le mani sul premio più ambito, che ha più volte sfiorato e mai conquistato. La Palma andata ad Antonio Banderas per la sua interpretazione in Dolor y gloria non può che riconoscere anche la sobrietà, l’equilibrio e l’armonia raggiunte questa volta dal regista spagnolo. «Il cineasta che interpreto nel film – dice l’attore – è Pedro Almodóvar, che ho incontrato 40 anni fa, che rispetto e ammiro. È stato il mio mentore, abbiamo fatto insieme molti sacrifici attraversando tanto dolore, ma stasera è il tempo della gloria. E il meglio deve ancora arrivare!».

Il Grand Prix, diciamo la verità, sarebbe dovuto andare a Il traditore di Marco Bellocchio, amato non solo dalla stampa e dal pubblico italiano, ma anche dalla platea internazionale, che in Pierfrancesco Favino ha visto il favorito al premio come miglior attore. Invece il secondo premio del Festival è andato al non solidissimo Atlantique della franco-senegalese Mati Diop (la prima regista di origine africana a gareggiare per la Palma d’oro) che tra realismo e fantastico, politica e fantasmi, guarda verso il mare e racconta coloro che cercano di attraversarlo per raggiungere l’Europa e un futuro più migliore.

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Cannes 2019: tutti i premiati (foto di Pietro Coccia)

Michael Moore ha consegnato il Premio della Giuria a due film che hanno vinto ex aequo, Les miserables del francese Ladj Ly ambientato nelle turbolente banlieu parigine e Bacurao di Juliano Dornelles e Kleber Mendonça Filho, che in un remoto villaggio del Brasile assente anche dalle carte geografiche filma un’esilarante battaglia contro la prepotenza della politica. E forse non è un caso che entrambi i lavori riflettano con stili ed esiti diversi sui conflitti sociali e le condizioni di povertà nelle quali vivono gli strati sociali più deboli, abbandonati anche dalle istituzioni.

Palma sbagliata anche quella attribuita alla regia dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne che con Il giovane Ahmed mettono in scena il percorso di un giovanissimo radicalizzato deciso a uccidere la sua insegnante, ma lo fanno senza riuscire a coinvolgere lo spettatore con la consueta passione. «Con la storia di un giovane fanatico religioso – dicono però i registi belgi sul palco – abbiamo realizzato il nostro appello alla vita, alla differenza, all’apertura al diverso, che poi è la vocazione del cinema».

Un po’ a sorpresa la migliore attrice è Emily Beecham, la protagonista del non brillantissimo Little Joe dell’austriaca Jessica Hausner, thriller psicologico sugli effetti di un fiore geneticamente modificato mentre il premio per la migliore sceneggiatura va a Portrait de la jeune en feu della francese Céline Sciamma (distribuito da Lucky Red), storia di una passione tutta al femminile, e un Premio speciale raggiunge il simpatico, ma non esaltante It Must Be Heaven del palestinese Elia Suleiman, storia di un regista che viaggiando tra Parigi e New York ritrova le stesse assurdità che governano il proprio paese.

La Camera d’or per la migliore opera prima è stata infine assegnata a Nuestra Madres di Cesar Diaz, sul dramma della guerra civile in Guatemala, selezionato dalla Semaine de la critique, mentre La Distance entre le ciel et nous del greco Vasilis Kekatos è il miglior cortometraggio.

 Cannes 2019: tutte le star sull’ultimo red carpet (foto di Pietro Coccia)