Dieci anni senza Paul Newman: i mille volti di un divo impegnato e ribelle

No, non era solo i suoi occhi blu. E probabilmente non amerebbe essere ricordato per questo. Paul Newman se ne andava il 26 settembre di 10 anni fa, a 83 anni: ma la sua impronta resta indelebile, non soltanto – appunto – per il suo fascino, per quella bellezza con cui ha spesso giocato, allontanandosene, per dare spazio al grandissimo talento, al carisma rimasto intatto fino agli ottanta anni, fino agli ultimi film, e al grande cuore, che ne ha fatto uno dei maggiori filantropi al mondo.

Un attore “old style”, se con questo termine si intende l’impegno, la formazione, nata all’Actor’s studio e sulle tavole del palcoscenico; l’essere sempre critico con se stesso; voler migliorarsi, non sedersi mai sugli allori; saper ripartire, dopo momenti personali tragici (la scomparsa dell’unico figlio maschio), imboccando nuove strade professionali, rimettendosi sempre in gioco. E, soprattutto, impegnandosi in prima persona, a favore della società: insieme al suo collega e amico Robert Redford – con cui ha costruito una delle coppie cinematografiche più belle e maggiormente rimpiante, girando solo due film, rimasti nella storia, Butch Cassidy e La stangata – hanno rappresentato quel cinema di impegno, ma anche quell’esporsi in prima persona a favore di cause liberal, di cui oggi forse si sente la mancanza.

Lo spaccone

Oltre lo schermo, dunque: non Lo spaccone spavaldo dei film anni ’60, ribelle al cinema, ma mai sopra le righe nella vita, e soprattutto mai distante, mai divo lontano dalla realtà. È il Newman attore che anche nei suoi film si spende per cause sociali. E l’uomo che fonda una società di prodotti alimentari, il cui ricavato viene devoluto per cause umanitarie, oltre ad aver creato, in tutto il mondo (anche in Italia), una serie di centri di terapia ricreativa dedicati ai bambini malati. Ma è anche l’attore maturo che valorizza i più giovani (come nel caso di Tom Cruise, incontrato sul set de Il colore dei soldi). Era anche uno sportivo un po’ spericolato, che amava i motori e che, fino agli 80 anni, guidava le auto da corsa (e quella passione si riflette nel film Indianapolis, pista infernale). E infine il collega che si è battuto per la pari retribuzione tra uomini e donne, come rivelato recentemente da Susan Sarandon.

Il colore dei soldi

Newman, nella sua carriera, di capolavori ne ha realizzati davvero tanti: dallo Spaccone, e, ancor prima, dallo splendido Lassù qualcuno mi ama, una visione del mondo della boxe considerata dai pugili come la più vera, al “gioiellino” La stangata, commedia dal ritmo perfetto che va oltre il semplice e apparente divertissement. Dai classici da “rebel”, come La lunga estate calda, La gatta sul tetto che scotta, La dolce ala della giovinezza, dall’intensità di Nick mano fredda, allo sguardo corrosivo e realistico di Diritto di cronaca, che apre i decenni del Newman della maturità. Quegli anni che lo porteranno a sfiorare l’Oscar, il premio che faticava ad arrivare: come nel caso della splendida interpretazione ne Il verdetto. Pensò: è fatta. Poi – raccontò – vide al cinema Gandhi e capì che era l’anno di Ben Kingsley.

Arriva infine quella statuetta, con Il colore dei soldi, proprio l’anno dopo avere conquistato l’Oscar alla carriera! Ma tutto viene vissuto dall’attore sempre con quell’ironia che attraversa il suo sguardo sul mondo. Che lo aiuta a superare i momenti difficili, a guardare anche se stesso con disincanto, andando al di là dell’immagine da divo bellissimo e amatissimo e costruendo, invece, con la seconda moglie Joanne Woodward, uno dei matrimoni più duraturi ed invidiati del mondo dello spettacolo.

Quell’ironia che si trasforma in arte e non l’abbandona mai: neanche nell’ultimo lavoro, la miniserie Empire Falls, dove interpreta un anziano padre, sopra le righe ma che maschera saggezza. Un personaggio sui generis, ma intenso, sfaccettato, che buca lo schermo grazie ad un Paul Newman ancora grande. E no, non per i suoi occhi blu.