Antonio Banderas: «In Dolor y Gloria sono l’alter ego di Almodovar. E mi ha lasciato a bocca aperta»

È sereno Pedro Almodovar, come non lo vedevamo da tempo. Reduce dal grandissimo successo in Spagna il suo ultimo film, Dolor y gloria, è stato accolto con entusiasmo anche dal Festival di Cannes che gli ha riservato un posto al sole del concorso. Tra elementi autobiografici e finzione il film racconta il percorso di riconciliazione di un regista in crisi, affidato alla straordinaria interpretazione di Antonio Banderas che sta ad Almodovar come Mastroianni stava a Fellini.

«Non avevo in mente degli attori in particolare quando ho letto la sceneggiatura – ci racconta Pedro – ma poi ad Antonio e Penelope ho chiesto cose che non avevo mai chiesto prima. Le mie storie sono cambiate con il tempo perché intorno a me è cambiato il mondo e sono cambiate pure le mie esigenze. Oggi faccio film meno pop e provocatori, più sobri e malinconici, ma è stato sorprendente come il pubblico abbia accettato con entusiasmo il nuovo corso del mio cinema. Oggi scelgo di ridurre al minimo gli elementi di un film per privilegiare l’approfondimento, una cosa che mi interessa sempre di più».

Almodovar: «Non ho pentimenti né rimpianti»

Più che il racconto di quello che è accaduto nella vita di Almodovar, Dolor y gloria è l’espressione di quello che il regista avrebbe voluto dire e non ha mai detto, avrebbe voluto fare e non ha mai fatto. «Non ho né pentimenti né rimpianti, perché questi sono due concetti che hanno a che fare con la religione, con la colpa e il castigo. Ma ho la consapevolezza di quello che ho fatto, nel bene e nel male. Quando si confronta con sua madre chiedendole scusa per non essere stato il figlio che lei si aspettava, Salvador non prova pentimento, solo una gran tristezza per come sono andate le cose».

«Gran parte della cupezza, della solitudine e dell’isolamento del protagonista – continua il regista – è dovuta anche alla situazione politica della Spagna fino a pochissimi giorni fa. Da una settimana a questa parte il paese è cambiato in una direzione che io appoggio. Sta cominciando una nuova e più felice epoca e quindi il mio prossimo film non potrà che essere più allegro».

E a proposito di Netflix aggiunge: «Non ho cambiato idea, le piattaforme restano le benvenute, ma se vengono in Europa devono rispettare le nostre leggi sull’audiovisivo. Noi dobbiamo continuare a difendere il cinema nelle sale, così com’è stato concepito all’origine».

Banderas: «Pedro ha mostrato cose di me che non sapevo di avere»

«Pedro ha trovato il coraggio di realizzare – dice invece Antonio Banderas – tutto quello che non pensavo sarebbe mai riuscito a fare, un film nel quale fa i conti con il suo passato, riconciliandosi con vecchi amori, attori – tra i quali penso di esserci anche io – e famigliari. È come se si fosse liberato di un grande peso, è stato molto generoso nel condividere la propria intimità e nel mettersi a nudo con sincerità. Quando dovevo recitare il dialogo con la madre non riuscivo a dire le battute con Pedro lì davanti perché so quanto gli è costato scrivere quelle parole così amare. Quando dopo anni ci siamo ritrovati sul set de La pelle che abito io sono arrivato con tutto il mio bagaglio di esperienze hollywoodiane e lui mi ha detto che della mia sicurezza non sapeva che farsene. Ci siamo scontrati per tutto il film, ma poi ho capito cosa stava facendo e sono rimasto a bocca aperta perché ha mostrato cose di me che io non sapevo neppure di avere. Ho costruito il personaggio di Salvador un pezzo alla volta, giorno dopo giorno, senza imitare Pedro». E a proposito della sua esperienza americana aggiunge: «Sono arrivato a Hollywood 26 anni fa, ed è stato l’inizio di una grande avventura. Ma le cose sono molto cambiate da allora: oggi mi offrono solo ruoli da criminale, mentre una volta ero Zorro e il Gatto con gli Stivali e i cattivi erano biondi e parlavano inglese. Allora meglio i film europei, più complessi e non per tutti».