«Perché ho deciso di lasciare l’Ischia Film Festival» Intervista a Boris Sollazzo

Foto di Orlando Faiola

Oltre ai premi (miglior lungometraggio il cubano Club de Jazz di Esteban García Insausti, miglior documentario il cinese The Family in Sinkhole di Zubiao Yao), la sorpresa. Il diciassettesimo Ischia Film Festival si chiude infatti nel modo più inatteso: Boris Sollazzo lascia la rassegna che codirige da tre anni insieme al fondatore Michelangelo Messina. Lo ha annunciato sul palco, l’ultima sera dell’ottima manifestazione che si tiene al Castello Aragonese. In questa intervista esclusiva ci racconta perché.

Foto di Orlando Faiola

Cosa ti ha portato a questa scelta, immagino definitiva?
La scelta è definitiva, riguarda le strategie future e una differenza di visione su cosa doveva diventare il festival nei prossimi anni. Credo che la rassegna abbia avuto tre anni di crescita esponenziale e di cambiamento rispetto al passato. Ischia Film Festival era una bella manifestazione locale con, a volte, ospiti internazionali e l’abbiamo fatto diventare un progetto di spicco all’interno del panorama nazionale. I concorsi hanno trovato anche una vocazione internazionale e sono cresciuti, sia nella sezione cortometraggi che in quella dei lunghi. Avrei voluto continuare in quella direzione. Chiaramente, dovendo crescere anche come struttura, come visione e come prospettive, ho avuto l’impressione di trovarmi frenato. A quel punto mi sono detto che il festival lo ha fondato Michelangelo Messina, dunque mi è sembrato giusto andarmene.

Foto di Orlando Faiola

Qual è stato esattamente l’elemento scatenante che ti ha fatto capire che non c’erano davvero più le condizioni per portare avanti il progetto insieme?
Il problema principale è stato che c’erano due identità molto forti in questo festival: da una parte chi l’ha fondato e ha fatto un percorso da solo per quattordici anni, Michelangelo Messina. Dall’altra io. Appena sono arrivato, tre anni fa, ho cambiato alcune cose, ho aggiunto due concorsi, fatto alcune modifiche anche forti alla struttura del festival. Non c’è stato un fattore preciso scatenante, a un certo punto ho semplicemente capito che non avremmo più potuto portare avanti il nostro lavoro insieme con quella condivisione serena e necessaria a un festival piccolo, ma ambizioso, che stava crescendo e aveva bisogno di un’identità di vedute totale. Me ne vado quando penso di non poter dare più il meglio di me, quando non posso più portare avanti un progetto al 150% e ho capito in questi mesi che non avrei più potuto lavorare come nei precedenti tre anni. Tre anni di cui ringrazio comunque il fondatore e tutta la squadra dell’IFF, è un’avventura che non dimenticherò. Per questo farò sempre il tifo per l’Ischia Film Festival a cui faccio un grande in bocca al lupo.

Foto di Orlando Faiola

La scelta sorprende anche perché questa edizione del festival è sembrata forse la migliore…
Senza false modestie lo credo anch’io. Dopo la premiazione una persona mi ha detto: «Trovare nella stessa serata Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher e Alessandro Borghi, che parlano l’uno con l’altro, non mi è successo neanche a Venezia!». Con questo non voglio fare un discorso da “tappeto rosso”, perché allo stesso tempo credo abbiamo avuto uno dei film più belli di tutta la stagione che è quello che ha vinto: Club de Jazz. L’abbiamo pescato sostanzialmente in quel “pozzo” meraviglioso dei mercati stranieri, in cui altri festival non erano andati. È un film che poteva stare sicuramente in un concorso come Venezia o Cannes, l’abbiamo trovato noi e gli autori si sono fidati di noi. Ischia Film Festival è davvero cresciuto tantissimo nel tempo e, onestamente, per me è stata una decisione molto difficile, triste e sofferta quella di lasciare. Non credo di dire nulla di strano se dico che da festival “locale”, da uno dei primi cento festival d’Italia, era diventato uno dei primi dieci nazionali. Il margine di crescita è stato questo. Non posso negare che il mio lavoro sia stato determinante. In questi ultimi tre anni ho affrontato la condirezione con tutta la passione possibile, dedicandomi totalmente al festival, sia a livello lavorativo che emotivo e portando una crescita forte. È anche per rispetto verso questa “crescita” che me ne vado. Quest’anno siamo stati felici della visibilità che ha avuto il festival, anche grazie al lavoro enorme dell’ufficio stampa Alessandro De Simone. Comparire su tanti giornali non è un termometro di salute di un festival, ma la “visibilità culturale” ha un’importanza grande nell’Italia contemporanea. Di questa edizione hanno parlato tanto attori, registi, addetti ai lavori, perfino all’estero.

 

Dato che non ero presente quando lo hai comunicato sul palco, prima delle premiazioni, che reazione c’è stata?
Mi sono sembrati davvero molto dispiaciuti tutti gli ospiti del festival, il pubblico e molti abitanti della città, che mi ha accolto in maniera commovente per tanto tempo. Non dimenticherò mai tutto l’affetto ricevuto. Il castello Aragonese è un posto meraviglioso e magico e vorrei sottolineare il mio ringraziamento a Nicola Mattera. Gran parte del merito di come è ancora oggi il Castello va a lui che mi ha accolto davvero come un fratello, mi ha fatto sentire una persona di famiglia. Mi ha protetto e aiutato, mi ha fatto sentire accolto. La lungimiranza con cui ha dato il Castello al festival è inarrivabile, senza di lui non ci sarebbe la rassegna.

Uno degli aspetti più belli di Ischia Film Festival è il confronto costante con autori e attori al di là delle presentazioni dei film nelle sale.
Quest’anima il festival ce l’aveva già ben prima che arrivassi io. L’intuizione degli incontri in terrazza e del cocktail con gli autori in attesa delle proiezioni è qualcosa che c’è da tanto tempo ed è uno degli aspetti più vivi della rassegna. Io credo solo di aver capito semplicemente che quell’aspetto andava ancor più valorizzato. Questo fa parte della mia visione delle cose, per me i festival sono e devono essere soprattutto un “incontro” e un confronto fra autori, spettatori, critici. Ancora prima della selezione dei film per me è fondamentale che un festival diventi un’agorà! L’attore australiano che parla per ore con un regista cinese vicino alla Terrazza degli ulivi è un successo maggiore del film che poi magari finisce agli Oscar dopo essere passato a Ischia! Guglielmo Poggi che prende la parte del simil Di Maio in Bentornato presidente perché ha incontrato i registi Stasi e Fontana a Ischia lo scorso anno è impagabile.

 

I ricordi migliori del festival?
Sono tanti, troppi per elencarli tutti. Ricordo Turturro che vede Sole cuore e amore di Vicari. Quest’anno, Alessandro Borghi e Pietro Marcello che rimangono a vedere il film di Valerio Mastandrea. Gwendolyn Gourvenec che è rimasta a vedere sia Il vizio della speranza che In viaggio con Adele. Ridurre le “distanze” del cinema è una delle cose di cui vado più orgoglioso. Un festival deve essere un elemento di sintesi, di conoscenza e confronto e mai di isolamento. Credo che anche in questo il nostro festival sia stato un successo. Altri ricordi che mi porterò nel cuore sono tutte le fotografie quotidiane stile “squadra di calcio” con attori e autori, segno di unione e attaccamento a un progetto. L’abbraccio tra autori così diversi come Salvatores e Aronadio la scorsa edizione… Le tavolate enormi al Porcavacca a parlare di cinema fino all’alba. Infine ricordo quando fu proiettato Javdanegy – Immortality, un film iraniano passato anche alla Festa del Cinema di Roma: un pianosequenza di due ore e mezza su un treno. Pensai: non ci andrà nessuno. Entrare nella sala stracolma e vedere l’entusiasmo delle persone per un film così complesso, che poi avrebbe vinto il festival, è stata una delle cose che mi hanno più commosso. L’ultimo è il ricordo fresco dell’altra sera: Alessandro Borghi che in maniera irrituale ripassa a salutare il pubblico dopo la proiezione di Sulla mia pelle, il film su Stefano Cucchi, e sia io che lui non riusciamo più a parlare per le lacrime…

 

Hai un piano di riserva legato a un altro festival?
Davvero non ho piani B. Ho un altro festival a Cerveteri che è una realtà piccola ma bella, anche quella realizzata in un luogo meraviglioso come la Necropoli etrusca. Non ho piani di riserva, perché ho questa pessima abitudine di buttarmi nelle cose senza cinture di sicurezza e senza rete. Di sicuro, a questo punto del mio percorso professionale, è arrivato il tempo di una sfida ancora più difficile e importante.
Per usare una metafora calcistica posso dire che sono disposto a fare come Carlo Ancelotti che prima di diventare allenatore del Napoli ha saputo aspettare il progetto giusto.

Luca Barnabé