Pesaro Film Festival: tutti i premi e i titoli forti da recuperare

Una giuria ristretta ma estremamente qualificata (il cineasta portoghese Joao Botehlo, il regista Mario Brenta, l’attrice Valentina Carnelutti) ha spigolato tra gli otto film in concorso della 53ma edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (17-24 giugno), assegnando i premi.

Il principale, quello intitolato a Lino Micciché per il Miglior Film in Concorso va a The First Shot, un documentario (alla Rosi, per capirci), cofirmato da Yan Cheng e Federico Francioni (unico italiano in competizione). Attraverso il ritratto, anzi quasi l’autoritratto in certi punti, di tre giovani avvertiamo tutte le contraddizioni della Cina contemporanea, troppo ansiosa di seppellire un ingombrante passato che sopravvive in forma di scorie, lanciata in un futuro che ne sta letteralmente sbriciolando le identità. Film forte, diseguale nel suo andamento, ma con momenti di intensità visiva fortemente simbolici (come del resto segnalato dalla Giuria, vedi il temporale che si abbatte sulla piazza quasi a spazzare via il sangue di Tienanmen, una scena “trovata” ma potente).

Dopodiché due menzioni speciali (a testimoniare il dibattito interno): all’israeliano People Thet Are Not Me di Hadas Ben Aroya, in qualche modo non dissimile per tematiche al precedente, con il ritratto della gioventù di Tel Aviv, in particolare di una ragazza (la stessa regista) che concede il suo corpo ogni notte a gente diversa, un abbandonarsi stordente a mascherare una crisi di identità diffusa. La seconda all’indiano Sexy Durga, di Sanal Kumar Sasidharan, quasi uno psycho-thriller metafisico, con una coppia di ragazzi in fuga (non chiedere il perché) che finisce nella notte in mano a una banda di teppisti-commercianti di armi, il tutto mentre una cerimonia pubblica cruenta “festeggia” la terribile dea Kali.

Anche la Giuria Giovane del concorso ha apprezzato questo enigmatico e suggestivo film quasi di para-genere, assegnandogli le sue preferenze. Il pubblico delle proiezioni in piazza, infine ha deciso che il film più apprezzato è stato Lumières d’été, del francese Jean-Gabriel Périot, ambientato nel Giappone di Hiroshima, ai giorni nostri, dove i fantasmi delle vittime della Bomba dolentemente sopravvivono. Personalmente ci dichiariamo completamente d’accordo sulle scelte (tutte), anche se confessiamo una predilezione sentimentale particolare proprio per i toni da ballata sulla Memoria e sulla necessità di conviverci del film franco-giapponese.

E’ stata una edizione in cui il team coordinato dal direttore Pietro Armocida ha decisamente fatto miracoli, per non far vedere la diminuzione dei fondi assegnati (che c’è stata e sostanziale) e riuscire a mantenere quella dimensione di finestra sul mondo, anche quello più lontano, alla ricerca di cinema magari meno lustrini e pailettes, ma fortemente motivato, interrogativo, in altre parole vivo.