Poppy Field – Recensione – TFF38

Presentato in concorso al TFF il film d’esordio del regista Eugen Jebeleanu: una denuncia dell’omofobia nella Romania odierna in forma di thriller psicologico

In concorso dalla Romania al Torino Film Festival, Poppy Field (Camp de meci, in streaming fino a venerdì ore 14), che possiamo già considerare tra i migliori titoli di questa edizione online: film di denuncia dell’intolleranza (ancora) diffusa verso le differenze di orientamento sessuale, ma anche un serrato thriller psicologico in grado costruire personaggi tridimensionali, offrendo senza retorica il ritratto di una società e delle sue (drammatiche) contraddizioni. Un grande esordio per il regista Eugen Jebeleanu (già forte di un notevole curriculum teatrale), che ha presentato il film da remoto.

Il lavoro di Jebeleanu inizia nel 2016, quando viene contattato da Ioana Moraru e Velvet Moraru, rispettivamente sceneggiatrice e produttore del film, per proporgli lo script ispirato a un vero fatto di cronaca accaduto a Bucarest nel 2013: quando un gruppo omofobo fa irruzione in un cinema che sta proiettando un film a tematica LGBT per impedirne la visione. E tutto nella sala si gioca (con una suggestione ulteriore, in tempo di Covid) il crescendo drammatico del film, al cui centro c’è il contraddittorio protagonista Cristi (Conrad Mericoffer): poliziotto omosessuale che ha fatto coming out in famiglia ma non sul posto di lavoro, dove la retorica eteronormativa e machista è ancora molto forte.

«Ci interessava», spiega Jebeleanu, «raccontare qualcosa della Romania di oggi», in particolare «le difficoltà della comunità LGBTQ, che non è ancora libera di vivere, c’è ancora una forma di censura e autocensura a causa della paura». Un tema, aggiunge, «che non è stato esplorato in modo sufficiente, in particolare nel mio Paese», dove un aspetto chiave è appunto la «difficoltà di parlare di questo argomento, cosa che invece dovrebbe essere fatta fin dalla più tenera età, sviluppando il dibattito in modo più approfondito».

Proprio la difficoltà di Cristi ad accettarsi e la sua paura di uscire allo scoperto rischiano di renderlo più omofobo dei suoi stessi colleghi, specie quando deve gestire con loro la situazione nel cinema occupato. Un personaggio scisso anche nell’economia dell’intelligente sceneggiatura, dove l’incipit ce lo mostra col compagno Hadi (Radouan Leflahi), in una dicotomia anche linguistica tra le due parti del film: dal plurilinguismo della prima (Hadi è di lingua francese e parla inglese con Cristi) al monolinguismo della seconda, con un rumeno intriso di battute maschiliste e retorica nazionalista («Parla rumeno!», grida una manifestante omofoba al solo sentire la parola “gay”).

Il lungometraggio, nella sua ambientazione prevalente in un (e in quel) luogo chiuso, tra palco e poltrone, permette di valorizzare al meglio l’esperienza teatrale del regista, senza per questo trascurare le potenzialità specifiche del mezzo cinematografico. Quest’ultimo anzi, spiega il regista, si è rivelato il più adatto per gestire la particolare tensione della vicenda, che è di tipo «orizzontale, una sorta di elastico»: dove sono fondamentali le «lunghe sequenze in tempo reale», con la macchina da presa che ruota e si sposta nello spazio, e i primi piani tesi a «mostrare quanto avviene nell’interiorità dei personaggi». Perfettamente in sintonia col mezzo cinematografico è poi la direzione degli attori, a cominciare da Mericoffer, che aveva già lavorato col regista in teatro e che però qui offre una performance volutamente «sottotono, senza gestualità teatrale», restituendo così l’«ansia esistenziale» di chi nasconde ciò che è.

Determinante il contributo di uno dei maggiori direttori della fotografia del recente cinema rumeno, Marius Panduru (tra i suoi film l’Orso d’argento Aferim!, di Radu Jude): «È stato molto bello avere Marius nella mia troupe», afferma Jebeleanu, «era estremamente coinvolto e disponibile ad accogliere i miei suggerimenti e le mie idee, e mi ha incoraggiato dicendomi di non cambiare il mio modo di lavorare in teatro, ma di essere consapevole delle possibilità della macchina da presa». Con lui il regista ha deciso di girare in pellicola 16 millimetri. «Abbiamo considerato che fosse diverso in termini di colori e consistenza dell’immagine, in particolare nei primi piani, dando quasi un’impressione tattile del volto di Conrad»: unendo così un’espressività quasi «pittorica» a un particolare effetto di realtà che rimanda all’«immagine dei documentari, poetica ma anche brutale».

Un bell’esempio di quella nuova stagione del cinema rumeno che indaga lucidamente le contraddizioni della società: «è nostro dovere come autori», ha dichiarato al riguardo il regista, «accendere le luci su queste tematiche», fino, in un certo senso, ad «abusare della nostra libertà, perché siamo qui a lottare per i diritti al’uguaglianza di tante classi sociali. Spero che questo film possa fare la differenza, anche per qualcuno, anche per uno solo».

Emanuele Bucci