Quello che non so di lei: perché l’ultimo film di Polanski è un pezzo di grande cinema

Francia/Belgio, 2017 Regia Roman Polanski Interpreti Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Dominique Pinon, Brigitte Roüan, Noémie Lvovsky, Josée Dayan, Damien Bonnard, Saadia Bentaieb Distribuzione 01 Distribution Durata 1h e 50′

Al cinema dal 1 marzo 2018

LA STORIA – Acclamata autrice di un best seller, Delphine de Vigan vive un momento professionale difficile: in impasse creativo, angustiata da una serie di insultanti lettere minatorie, fragile e nervosa. Avvicinata dalla misteriosa L. a un incontro in libreria (“solo un’altra (firma) per la vostra fan più accanita”), ne diventa amica e finisce preda delle manipolazioni e della volontà di controllo di una donna dalla personalità quanto meno complessa. Ma cosa vuole in realtà la sedicente L.?

L’OPINIONE – Polanski, 84 anni, Allen 82, Eastwood addirittura 87. Questi straordinari vegliardi stanno ancora impreziosendo il cinema con i gioielli delle loro opere, la loro inesausta (inesauribile) creatività. D’accordo: i grandi capolavori, l’impresa sublime e titanica ce l’hanno ormai alle spalle (ma con questi tre giovanotti non è mai detto), ma che piacere l’appuntamento più o meno annuale con una loro regia! Polanski ha iscritto indelebilmente il proprio nome dell’Olimpo dello schermo dagli anni ’60 (da Il coltello nell’acqua, 1962 ), ma ancora oggi, che sembra soprattutto “divertirsi” (Carnage, 2011, Venere in pelliccia, 2013), quanta limpidezza di stile, quanta sapienza nell’organizzare e filmare la scena e nel coordinare tutte le componenti tecnico-artistiche (fotografia, scenografia, montaggio, musica)!

Quello che non so di lei è un thriller che “diabolicamente” gioca con le ambiguità del cinema fantastico, non pretende di aprire nuove strade narrative al genere (tra l’altro nella sceneggiatura ha messo mano anche e nientemeno che Olivier Assayas), è decisamente un sulfureo baloccarsi (sadico?) di un autore con i temi dell’ossessione/possessione dell’anima (Rosemary Baby, L’inquilino del terzo piano, La nona porta, L’uomo nell’ombra), con i fantasmi della creazione artistica (Venere in pelliccia, L’uomo dell’ombra) e che quanto più pensi che stia facendo sul serio con una trama che è inevitabile (nostra culpa e pigrizia!) rapportare all’Hitchcock più gotico, eccolo divincolarsi e uscirsene con strizzatine d’occhio e riequilibri falsamente rassicuranti.

Una ipnotica vertigine che nasce peraltro “dall’origine”: il film è tratto infatti dal libro Da una storia vera (occhio al titolo!), scritto da Delphine de Vigan (che dunque “esiste” nella realtà ed è una scrittrice di successo); cos’è allora quello che è narrato? Fiction, autobiografia modificata, un attacco/esercizio alle convenzioni stabilite tra lettore e autore? Di certo, nella traduzione di Polanski è cinema che va gustato come un grande vino d’annata, sorseggiato lentamente come le sue carrellate sinuose o il suo stare addosso ai personaggi, quello della protagonista, che è poi sua moglie Emanuelle Seigner e quello della sua indecifrabile soccorritrice, Eva Green, fuoco sotto il ghiaccio e sguardo sempre torvo. Alle loro spalle, sbiadiscono quasi due tipi famosi come Vincent Perez e Dominique Pinon. Presentato fuori concorso a Cannes (è la sua settima partecipazione), ha vinto un premio minore (il Fipresci) al festival di Stoccolma.