Roubaix, una luce nell’ombra – La recensione

Già presentato in concorso al Festival di Cannes 2019, "Roubaix, una luce nell'ombra" è nelle sale italiane dal 1 ottobre 2020.

Non è una notte di Natale tranquilla a Roubaix, “la città più povera di Francia”, là dove “il 45 per cento vive sotto la soglia della povertà”. Lo sa il commissario Daoud, di origine algerina, che deve affrontare, lui e la sua squadra – tra cui fa il suo esordio assoluto anche il giovane e tormentato Coterelle – una serie di casi di normale caos urbano: un furbone che incendia la propria autovettura per frodare l’assicurazione, una rissa casalinga… ma c’è anche un inquietante incendio doloso in un appartamento assai male in arnese. Le vicine di casa, Claude e Marie, accusano due ragazzacci che però vantano alibi confermatissimi. L’affare poi vira decisamente sul tragico quando viene trovata la vecchia inquilina, una 83enne, brutalmente strozzata. Ora si tratta di un’indagine per un assassinio.

Arnaud Desplechin, classe 1960, è tra i più importanti cineasti francesi in attività (consiglio: recuperate Esther Kahm, il capolavoro Racconto di Natale, I fantasmi d’Ismael) ed è nato proprio a Roubaix. Una città che conosce dunque bene, amata anche per la sua disperata condizione. Ed è una dichiarazione di affetto disperato che nasce partendo dalla cronaca vera. Il film si ispira infatti al documentario Roubaix, commisariat central (2008), di Mosco Boucault, che a sua volta ricostruisce un caso accaduto nel 2002. Infatti, per ribadire e creare un’attenzione specifica, il film si apre nella fredda notte prenatalizia screziata di luci gialle con una scritta: “tutti i crimini che appaiono qui, ridicoli o tragici, sono accaduti. Vittime e colpevoli sono reali”.

Montaggio serrato ma non frenetico, tuffi di macchina veloci e ariosi ma sempre alla giusta vicina distanza delle anime in gioco, a scoprire caratteri e moti dell’animo. Cinema umano e umanista che stimola gli attori ad andare magari oltre all’interpretazione del personaggio per rivelare qualcosa di sé e che rispondono alla grande, anzi alla grandissima. E se le due conviventi ad esempio hanno negli occhi stanchi e febbricitanti tutta una condizione umana precaria e debosciata (sono le splendide Léa Sedoux – già premiata a Cannes per La vie d’Adèle – e Sara Forestier, un Cesar per lei grazie a Le nom de le gens e una nomintion quest’anno proprio per questo), l’architrave emozionale su cui poggia tutto il poliziesco metropolitano è il commissario interpretato da Roschdy Zem (che ha già vinto un premio, collettivo, per l’interpretazione a Cannes di Indigenes, nel 2006). Sveglio, comprensivo, obbligato alla solitudine dal ritorno in Algeria dei suoi cari e dal rifiuto di frequentarlo di quelli che sono rimasti qui… giustamente hanno fatto per la figura del commissario Daoud non peregrini riferimenti ai poliziotti creati da George Simenon. È anche grazie a lui, “inevitabilmente” premiato con il Cesar (il film ha vinto anche nelle categorie fotografia e adattamento) che Roubaix, une lumiere va a impreziosire la tutt’altro che sparuta categoria dei polizieschi realisti francesi, già forte di titoli che trovano nella pauperizzazione delle periferie, nel mélange delle etnie e religioni, stimoli per racconti “dall’interno” di indignata potenza; da L’odio di Kassowitz a Il profeta e Dheepan di Jacques Audiard o Polisse di Maiwenn, ai più recenti Fratelli nemici di David Oelhoffen e I miserabili di Ladj Ly.

VOTO: ★★★ ½