Senza fine: ovvero perché “La pazza gioia” è un film necessario

«Sono nata triste…». La confessione, quasi criminale in una società in cui bisogna sempre proclamarsi felici, arriva come un colpo al cuore, quasi alla fine del film, ed è la sintesi estrema di quanto La pazza gioia sia un film necessario. Non c’è finzione, maniera o furbizia, solo piccole grandi storie di provincia, quelle di cui non sapevamo di avere (ancora) tanto bisogno, affogati in franchise, cinecomics, sequel, reboot e esistenze di celluloide che non ci appartengono per un semplice motivo: non saremo mai così. E allora se è vero – com’è vero – che non si vive senza vite prestate, evviva la Donatella Morelli di Micaela Ramazzotti, fragile concentrato d’umanità che declina una canzone d’amore – Senza fine di Gino Paoli – pensando al figlio e alle sue dita («Mani grandi/mani senza fine»), che ha l’unica colpa di essere figlia di due miserabili (Marco Messeri e Anna Galiena, beautiful losers) e di aver amato troppo, di aver amato male.

La scena con il passeggino lungo la costa del Romito è un frammento di dolore cinematografico quasi insostenibile, un attimo d’amore che finisce sott’acqua è che è tanto una storia personale quanto L’atalante di Jean Vigo, cinema e reale, inizio e fine, l’innocenza che diventa colpevole per colpe di altri. Per colpa di tutti. «Ma io non ci sto più e i pazzi siete voi», cantava De Gregori in Alice e allora ecco che Donatella e la divina Beatrice Morandini Valdirana di Valeria Bruni Tedeschi diventano paladine di un non allineamento vitale, che rifugge la normalità e abbandona i binari per qualcosa di diverso di cui poi si dovranno pagare le conseguenze.

C’è un’umanità debordante e commovente in ogni singolo fotogramma de La pazza gioia, un istinto vitale e primordiale, una toscanità sana e ingestibile (il balordo Bobo Rondelli, che sbraita dal balcone) che è l’esatto opposto dei controllati borghesi de Il capitale umano e che è anche il motivo – irrazionale, folle, questo sì – per cui la madre adottiva si bloccherà sotto l’ombrellone, osservando il figlio Elia parlare con la pazza Morelli. Perché anche se non vuole capire, lei ha già capito.

«Senza fine, tu sei un attimo senza fine non hai ieri, non hai domani», e mentre quel bambino – normale e allo stesso tempo speciale, come tutti i bimbi – parla con la madre senza ricordare quel pomeriggio sbagliato lungo la costa del Romito, noi piangiamo, e non lo facciamo solo perché in quel preciso istante siamo tutti Donatella Morelli, ma perché il piccolo Elia davanti al mare è in un lampo Jean-Pierre Léaud ne I 400 colpi, Rosetta e Luciano ne Il ladro di bambini, perfino il ribaldo Jackie Coogan ne Il monello di Chaplin. Granelli di sabbia che fanno impazzire la macchina, frammenti di irrazionale che mandano il sistema a gambe all’aria, ma anche istanti di cinema puro, quella magia che ogni volta ci fa venire il groppo in gola, anche se lo sapevamo, anche se ci eravamo già passati.

Così, per un momento lunghissimo, nel buio della sala, la Morelli con i suoi tatuaggi ci pare più forte di Wonder Woman, Batman e Superman messi insieme e che se la Marvel fosse stata in Toscana allora gliela avrebbero fatta vedere loro, la Donatella e la Beatrice, altro che Thelma & Louise, che qui di americano non c’è nulla e al posto di quella Thunderbird al massimo ci trovate quella Lancia Appia, targata Pavia. Un film dolente, poetico e necessario, come solo il reale sa essere. Anche perché, alla fine, è molto più€ difficile vivere la propria vita in un angolo di provincia che combattere chiusi dentro un fumetto.