The President, di Mohsen Makhmalbaf

Georgia, Francia, GB, Germania, 2014 Regia Mohsen Makhmalbaf Interpreti Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili Sceneggiatura Mohsen Makhmalbaf Produzione Maysam Makhmalbaf, Mike Downey, Sam Taylor Durata 1h e 55′

 

«Ho scelto di non parlare esclusivamente di dittatura, anzi, ho cercato di focalizzarmi principalmente sulle dinamiche infinite della violenza », afferma Mohsen Makhmalbaf, regista iraniano del film che ha aperto la sezione Orizzonti. Protagonisti della pellicola un anziano presidente e il nipotino. L’autore inventa la storia di una dittatura, senza precisarne le coordinate geografiche: «Le dittature sono esistite ed esistono ancora; si tratta di un discorso globale che si focalizza solo sulle dinamiche atroci che la riguardano »Â prosegue Makhmalbaf. Rovesciata la dittatura, nonno e nipote fuggono alla ricerca disperata della salvezza, camuffandosi e nascondendosi tra la folla, in mezzo alla gente caduta in disgrazia e assetata di vendetta. La pellicola traccia il profilo psicologico di un uomo violento, che dopo aver perseguitato il suo popolo si trova a guardarlo negli occhi, scoprendone le ferite e il degrado. Il presidente è un dio caduto in disgrazia, un superuomo che non ha più nulla a parte la speranza di sopravvivere, un povero vecchio che comprende pian piano i terribili crimini di cui è stato responsabile. Il crollo della dittatura dà modo all’esercito rivoluzionario di dettare leggi e regole, instaurando un clima di tensione e indicibile crudeltà. Il sangue grida al sangue e non c’è modo di arrestare il vortice, senza prima deporre le armi: questa la morale della pellicola, che sorprende per intensità e crudezza. La parabola registica si snoda in un sottile climax tensivo che non lascia spazio a giri di parole e mira dritta al punto. Non c’è malizia in queste sequenze né violazione dell’emotività del pubblico, ma anzi onestà intellettuale e impassibile realismo. Magistrali le interpretazioni di Misha Gomiashvili e del piccolo Dachi Orvelashvili: «Ci sono sequenze che Da Chi ha affrontato con la stessa maestria di un attore esperto »Â sostiene Gomiashvili. Il piccolo rappresenta l’innocenza perduta del dittatore e, non a caso, i due indossano la medesima divisa: «Le domande rivolte dal bambino all’anziano, sono paragonabili agli scrupoli di una coscienza ormai corrotta »Â sottolinea l’autore. Il regista porge allo spettatore molte domande, senza imporre alcuna conclusione ovvia. Non ci sono vinti né vincitori: in questo gioco al massacro sembra che tutti siano sconfitti e, a ognuno di noi, Makhmalbaf lascia il diritto di replica.

Federica Bello