Tolo Tolo, la recensione del nuovo film di Checco Zalone

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Italia, 2020 Regia Luca Medici Interpreti Checco Zalone, Souleymane Silla, Manda Touré, Nassor Said Birya, Alexis Michalik, Arianna Scommegna, Jean Marie Godet, Antonella Attili, Nunzio Cappiello, Gianni D’Addario, Eduardo Rejón, Nicola Nocella, Fabrizio Rocchi, Diletta Acquaviva, Maurizio Bousso, Sara Putignano, Barbara Bouchet, Nicola Di Bari, Francesco Cassano Distribuzione Medusa Film

Al cinema dal 1 gennaio 2020

LA STORIA – Quando la funzionaria chiede le sue generalità, alla domanda: nato? Francesco Zalone detto Checco risponde “per sognare”. E a suo modo, molto suo, lo è. Dopo aver aperto un “Murgia Sushi” al suo paesello, indebitando la famiglia (tra cui mamma e moglie di conseguenza infuriata che pretende il divorzio) sino al catastrofico fallimento, lo ritroviamo in Africa, a fare il cameriere, mugugnando su tutti i “lacci e lacciuoli” che ostacolano (ehm ehm) l’imprenditoria nazionale. Ha rapporti con un collega, Oumar, coltissimo e infervorato di cultura e cinema italiano e ne vorrebbe molti di più con l’altra “collega” Idjaba, orgogliosa e scontrosa, oltretutto con tanto di giovanissimo Doudou (“come il cane di Berlusconi!”) a carico.

A causa di un attacco terrorista, il nostro si ritroverà senza soldi e documenti (e soprattutto senza vestiti firmati e creme idratanti!), a intraprendere con i tre una sgangherata e problematica odissea, il Grande Viaggio, attraverso il continente sub sahariano alla volta dell’Europa (lui punta al Liechtenstein), proprio mentre i famigliari (mamma esclusa, si capisce) festeggiano la sua sparizione e con essa l’estinzione dei debiti.

L’OPINIONE – Diavolo di uno Zalone, lo avevamo etichettato come un quasi demenziale scardinatore dall’interno dei nostri peggiori vizi e clichés e invece lo scopriamo, di fronte a problemi di drammatica elementarità e attualità, delicato, poetico persino (vedi un finale rivelatore della macchina della commedia con il “felici e contenti” a tutti i costi che invano una beffarda canzonaccia delle sue vorrebbe far glissare).

Ovviamente lo sberleffo en passant alle nostro peggio mostruosità non manca (“qui la corruzione è onestissima, con mille euro ti compri un ministro” o il fascismo che è incistato come un’infezione in ognuno di noi), compreso un figuro, Gramegna (un nome, un destino) che parte come disoccupato che si offre all’imprenditore Zalone quasi a inizio film e lo troviamo, sempre sgrammaticato ma via via più tracotantemente populista (“Non è colpa mia se siete nati in Africa”) e dal look curato (ma chi ci ricorda?), ai vertici prima della politica nazionale e poi europea, ma la mano al contrario è leggera, ora buffa ora seria, nel mostrare la difficoltà e la vitalità di un modo che chiede solo di vivere, oggetto di indifferenza, disprezzo o pelosissimo pietismo (vedi magari il personaggio del fotogiornalista francese Alexandre Lemaitre).

Già, a ripensarci, ricorda per gusto e senso del “messaggio” (e magari anche una certa forzatura nella costruzione delle stazioni del viaggio) certe commedie su temi perigliosi ma trattati coi guanti dei nostri cugini transalpini (quelle con Christian Clavier, per intendersi). Chissà se per volontà di Zalone (che firma col suo vero nome Luca Medici anche la regia e che tra parentesi se la cava più che dignitosamente) o anche di Paolo Virzì che lo cosceneggia, si sghignazza forse di meno (speriamo comunque che l’offensivo e geniale teppista che è in lui torni presto a manifestarsi), nondimeno si sorride sempre, con partecipe tenerezza verso questo italiano medio, egoista e ottuso che, mentre si incasina riesce a fare non si sa come la cosa giusta.

Ovviamente nessuno meglio di Zalone riesce a fare Zalone, inutile, anzi dannoso, pretendere altro da lui, che è quasi metafisico quando dice cose intollerabili con l’aria più spensierata e complice del mondo. Comunque fa grande piacere rivedere nel resto del cast Barbara Bouchet e soprattutto il mitico Nicola Di Bari, mentre Nicky Vendola in un inserto prende in giro il politichese più involuto.