Tuttapposto, Roberto Lipari: “Il baronato? Ecco una App per educare i professori”

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Roberto (Roberto Lipari) è uno studente universitario di un ateneo in cui i docenti vendono esami, assumono solo amici e parenti e sono dediti alla raccomandazione. Il padre di Roberto, tra l’altro, è anche il magnifico Rettore (Luca Zingaretti). Stufo del potere del baronato, il giovane studente decide di realizzare un’App chiamata “Tuttapposto” che valuta l’operato dei professori, portando così a un’inversione di ruoli; gli studenti acquisiscono potere e i professori si trovano costretti a comportarsi onestamente. Un film di pura fantasia? In parte. Perché Antonio Lipari ha scritto Tuttapposto, nelle sale dal 3 ottobre, distribuito da Medusa, prendendo spunto da una realtà che ha vissuto in prima persona, quando era studente alla facoltà di Medicina. «Ma ho salvato più vite facendo l’attore», ha ammesso lui, che si è trovato a fare i conti con un’altra coincidenza a fine riprese: lo scandalo scoppiato all’Università di Catania, dove il rettore e alcuni professori sono stati rimossi in seguito all’accusa di aver pilotato alcuni concorsi.

Lipari, si rende conto che lei ha previsto il futuro?
Infatti ho paura che mi accusino di plagio. In realtà tutto quello che c’è nel film è ispirato a fatti di cronaca vera, ma mi auguravo che si parlasse di fatti di cronaca del passato. Non del presente. Ci sarà un motivo per cui il baronato è una storia italiana che non passa mai, no? Certo trovo assurdo che sia successo proprio a Catania, dove abbiamo girato. E pensare che il rettore di Catania ci aveva mandato una lettera di diffida dove ci diceva che non voleva che girassimo lì perché la gente poteva associare il film al luogo. Se l’è tirata…

Lei voleva fare il medico davvero però…
Ho fatto tre anni in medicina, ma  per entrare c’è un procedimento molto lungo: ogni anno si fa il test di ingresso, e poi ci sono i ricorsi, così si sbloccano altri 50 posti, si dice che lo facciano perché rimane sempre fuori il figlio di qualcuno. Alla fine io sono entrato a Medicina con sette mesi di ritardo rispetto al test e nel frattempo ho frequentato altre facoltà raccogliendo materiale per il film, frutto di esperienze mie e di miei amici. Nel film, per esempio, parlo della famiglia Mancuso, un cognome comune a tutti professori, esattamente come successo nella mia università. Solo uno aveva un cognome diverso, perché era il genero del prof.

Non trova che tutto questo sia disarmante?
Quando arrivi a 18 anni, vieni subito catapultato in un meccanismo a cui non pensi mentre sei ancora al liceo. Diventi come quegli adulti che sentivi dire: “In Italia non funziona niente, vanno avanti solo i raccomandati”. Ti si avvelena la purezza

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Il film lascia aperta la porta alla speranza?
Sì, infatti è un po’ fantascientifico. L’app è una rivoluzione che funziona, siccome nella vita raramente le rivoluzioni funzionano, perché appena si va al potere si cambia idea, ho lavorato con la fantasia e ho fatto in modo che funzionasse. Il film è un’analisi sul potere: è pericoloso da gestire, quando lo subisci è difficile da combattere, tutti puntiamo all’anello come il signore, ma poi non sappiamo stare bene.

L’app può essere davvero una soluzione?
Sì, tra l’altro l’App di Tuttapposto esiste davvero. Ha lo stesso meccanismo di Tripadvisor. Nel film l’idea mi viene lavorando in un fast food dove il proprietario è schiavo di Tripadvisor e così applico lo stesso meccanismo di votazione ai prof. Non so se la nostra App andrà come nel film, però ci piaceva provare a mettere un elemento veritiero.

Questo film segna il suo debutto al cinema, è spaventato?
Sì assolutamente ed è bello esserlo: sono felice di avere paura, è una grande botta di adrenalina. Ho cominciato a conoscere bene il mondo del cinema solo adesso, se avessi la fortuna di fare un secondo film avrei tante informazioni in più, commetterei meno errori.

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È la dimostrazione vivente che chi vince un talent può arrivare al cinema…
Dopo aver vinto su La7 Eccezionale Veramente ho avuto l’occasione di condurlo, a fine puntata facevo sempre un monologhino: nell’ultimo dicevo che quando uno vince un talent, tempo qualche anno, viene dimenticato. Ho fatto anche un sondaggio tra il pubblico e nessuno ricordava chi aveva vinto X Factor l’anno prima. Io rientrerò tra questi sconosciuti che finiscono all’Isola dei famosi. La vita è come un pallone super Santos, lo lanci, ma non sai dove andrà a finire: sono palloni da spiaggia, non si capisce quale legge fisica li comandi, ma se calci, forse uno ti torna indietro. A me uno è tornato.

C’è un limite alla comicità?
No, tutti gli argomenti sono trattabili in un’ottica comica, a Massimo Troisi riusciva magicamente elevare un concetto parlando di cose stupide. L’importante è capire che cosa si sta maneggiando. Persino sul peggior argomento si può fare la comicità, come dimostra La vita è bella».

Ci racconta qual è il suo sketch comico preferito?
Uno di Pino Caruso. Un gruppo di siciliani importanti si riunisce  per capire come fare per rendere la Sicilia indipendente dall’Italia. Uno ha un’idea: “Facciamo la guerra all’America, così la perdiamo, loro ci annettono e ci stacchiamo dall’Italia”. Un altro si alza e dice: “E se vinciamo?” Pura follia, il tipico ottimismo alla siciliana.

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La sua terra ha influenzato la sua comicità?
In Sicilia abbiamo particolari caratteristiche, per esempio non diciamo mai “Sono di Palermo, Messina o Catania, ma sono siciliano”. Un romano non dice sono laziale, un napoletano non dice sono un campano. Noi abbiamo un campanilismo regionale molto forte, ma così come amiamo la nostra terra, allo stesso modo non la sopportiamo. Non siamo un bello spot per noi stessi. Ma la cosa genera ironia.

Qual è la cosa più difficile nel cinema?
All’inizio dicevo la scrittura, poi la riprese, poi il montaggio, tra una po’ dirò la promozione. Forse la cosa più complicata è non perdere mai il filo, è un grandissimo lavoro di squadra.

Il suo comico di riferimento?
Ho iniziato questo mestiere perché ho visto Ficarra e Picone in tv. Poi a ritroso ho studiato quelli precedenti. Quando Troisi è morto avevo solo quattro anni. Di Troisi amo la poesia che riusciva a mettere nella sua comicità, ma Ficarra e Picone mi hanno folgorato sulla via di Damasco.

In che modo?
Mia madre lavorava ai Beni Culturali di Palermo, sono cresciuto nei teatri, andavo a vedere gli spettacoli, ma per lo più erano barzellette, non vero e proprio cabaret. Poi quando ho visto in tv quei due siciliani ho aperto gli occhi, ho capito che si poteva fare un’altra cosa. Alle medie ho cominciato a scrivere battute sul mio diario, alcune le utilizzo tutt’ora.

Tra comici esiste solidarietà?
Il comico è una delle persone più narcise e egocentriche del mondo, però con Ficarra e Picone ho avuto la fortuna di creare legami forti. Li vedo come padrini. È possibile creare un bel rapporto, ma è complicato perché a noi comici piace prendere gli applausi».

Ficarra e Picone

Si dice anche che fuori dal palco siate poco divertenti…
La solita cosa del clown triste. Uno ci vede sul palco e si immagina che siamo così nella vita: se sei appena un po’ normale ti chiedono subito cosa ti sia successo. La gente pensa che ci sia un lato comico in ogni cosa che dici.

Una condanna
Nel senso bello del termine, quando mi vede la gente ride. È una fortuna.

Alcuni prima di lei non hanno avuto fortuna nel passaggio dal web al cinema…
Il web ti può dare un’occasione, ma l’altra faccia della medaglia è che ha delle regole precise, legate a algoritmi, orari, frequenze di uscite e questo rischia di omologarti e di farti rimanere ristretto lì. L’importante  è differenziare. Anche se spesso le visualizzazioni sul web non corrispondono ai biglietti del cinema.

Tiziana Leone