Sono tornato, Mussolini ricompare nell’Italia di oggi: la recensione

Il film di Luca Miniero parte da uno spunto di fantasia e si fa ritratto grottesco del Paese. Con Frank Matano e Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini

Italia, 2018 Regia Luca Miniero Interpreti Massimo Popolizio, Frank Matano, Stefania Rocca, Gioele Dix, Eleonora Belcamino, Ariella Reggio, Massimo De Lorenzo, Giancarlo Ratti Distribuzione Vision Distribution Durata 1h e 40′

Al cinema dal 1 febbraio 2018

LA STORIA – Anno 2017. Nel cuore della romana Piazza Vittorio, proprio dove il filmmaker Andrea Canaletti sta girando uno dei suoi documentari multirazziali e scalcagnati che non interessano a nessuno, ricompare, anzi precipita, nientemeno che Benito Mussolini in carne e ossa, in divisa militare, decisamente sorpreso di trovarsi ancora qui. “Dove sono, a Roma o ad Adis Abeba?”, si domanda, “Dove è finito l’impero?”. E comincia ad agire per attuare i suoi sogni di gloria allora interrotti. Scambiato per un attore e utilizzato dall’ignaro Canaletti per un progetto di documentario comico, il duce diventa in poco tempo protagonista di uno show televisivo, ripetendo paro paro le stesse cose di un tempo. Qualcuno pensa di servirsene, in realtà è lui che si serve di tutti.

L’OPINIONE – Se qualcuno ha visto il tedesco Lui è tornato di David Wnendt da un fortunato libro di Timur Vermes, del 2015, ebbene si accorgerà subito che il film di Luca Miniero ne ricalca storia e intenzioni quasi al completo, eccetto la non lieve differenza che al posto del sinistro e lunare Adolf Hitler c’è l’arcigno, istrionesco e terrestre Benito Mussolini. Che pur così decontestualizzato dalla sua epoca appare comunque come un demoniaco imbonitore, astiosamente critico, capace di incantare e attrarre, apparente arruffapopoli in realtà lucido e geniale tattico.

Se Mussolini si imbarazza coi telefonini, se canta a squarciagola L’italiano di Totò Cutugno (stranendosi per “un partigiano come presidente”), in realtà colpisce al cuore il ventre molle di un paese egoista e smemorato (“Eravate un popolo di analfabeti, dopo 80 anni torno e vi ritrovo un popolo di analfabeti”). Perché, ammesse e concesse (a fatica) le leggerezze e le crepe di una sceneggiatura più portata al grottesco ammonitore che non alla logica, con un Massimo Popolizio che giganteggia nel suo controllo di un personaggio buffonesco ma non troppo (osservare lo sguardo!), Miniero (Benvenuti al sud, Non c’è più religione) un po’ comunque ci azzecca quando filma e assembla le reazioni della gente comune, i meschini calcoli spiccioli (anche se francamente il mondo giornalistico televisivo è un po’ troppo caricaturale).

Ogni tanto l’assurdità di certe situazioni muovono alla risata (e non per caso la colonna sonora più che altro usa pomposi brani d’opera di Verdi e pochissimo i canti fascisti) e l’indignazione della vecchietta che si vuole malata di Alzheimer ma in effetti la più indignata e spaventata dalla sua presenza, procura un salto di emozione pura. Alla fine il sospetto è che comunque Miniero ci sia andato persin troppo leggero (confrontate l’incontro con i seguaci neonazisti nel film tedesco con quello equivalente ma non troppo con i neofascisti de noantri), con i personaggi di contorno decisamente incapaci di reggere il confronto con la tipizzazione così strutturata del dittatore, vero centro di gravità di tutta la commedia.